
VDV si è raccontata ai nostri microfoni. Dal suo ultimo singolo Amore Clandestino ai progetti futuri: le sue parole
Com’è nato il brano Amore Clandestino?
«Il brano è nato da una riflessione sul conflitto. Non volevo solo parlare di un amore segreto,
ma di quella sensazione di essere in bilico, di dover nascondere una parte di sé per via delle
convenzioni o delle circostanze. L’idea centrale è arrivata pensando a quanto i sentimenti
veri si tradiscano con gli occhi, anche quando la bocca tace. Volevo esplorare la fatica di
essere ‘schierati tra due fuochi’, e la scrittura è stata il modo per dare voce a quella tensione».
C’è qualcosa di autobiografico in questo pezzo?
«La musica per me è sempre un filtro attraverso cui elaboro il mondo, quindi sì, c’è sempre
qualcosa di mio. Non si tratta di una cronaca fedele di un evento specifico, ma di
un’esperienza universale».

Il videoclip trasmette grande emotività. L’obiettivo era quello di far arrivare qualche
messaggio in particolare?
«L’obiettivo era proprio quello di dare un volto a quel conflitto interiore. Volevamo che
l’emotività fosse palpabile. Il messaggio principale è legato al tema della resilienza e
dell’autenticità. Volevamo mostrare che lottare per ciò che si sente è doloroso, ma che,
anche dopo momenti di grande sofferenza, simboleggiata dall’implosione emotiva, c’è
sempre la possibilità di ‘rivedere le stelle’. È un messaggio di speranza che nasce dal caos».
Le tue canzoni toccano temi molto profondi e introspettivi. Quanto è importante la musica come veicolo e strumento per trattare certi argomenti?
«La musica è il veicolo più potente che abbiamo. Permette di trasformare il dolore o la complessità in qualcosa di condivisibile, rendendoli meno solitari. Per me è uno strumento di catarsi, ma anche di connessione. Trattare temi profondi attraverso la musica significa dare un nome a sensazioni che a volte non riusciamo a esprimere a parole, creando un ponte diretto tra la mia esperienza e l’ascoltatore».
Sei una rapper che però guarda anche al cantautorato. Cosa ti piace di più di questi due generi?
«Amo l’immediatezza ritmica del rap, la sua capacità di veicolare messaggi complessi in
modo diretto e serrato. Il rap è ritmo, energia e denuncia. Del cantautorato amo invece la
profondità lirica e la cura per la melodia, la capacità di costruire un mondo interiore
attraverso la poesia. Cerco spesso di unire queste due anime».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Attualmente sono concentrata sull’uscita di nuovi brani che continueranno questo percorso
introspettivo. L’obiettivo è continuare a fare musica che possa offrire spunti di riflessione a chi mi ascolta».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
