
Uragano, in occasione dell’uscita del suo primo singolo Caos Perfetto, si è raccontata in un’esclusiva ai nostri microfoni
Caos perfetto è il suo singolo d’esordio. Uragano, in un’intervista esclusiva, rilasciata ai nostri microfoni, ci ha raccontato come è nato questo brano. Ma non solo…
Com’è nato il brano Caos perfetto?
«Il pezzo è nato per caso. Io avevo l’esigenza di scriverne uno, ma non sapevo su quale argomento farlo. Poi su Instagram, mentre scorrevo, sono stato catturata da una frase: Vorrei spiegarti cosa si prova. In quel momento ho avuto come un flash. E questo perché ho vissuto una storia personale che è un po’ come una strada dissestata piena di buche. Però non riuscivo a spiegare quello che provavo in quei momenti. Grazie a quella frase però ho deciso di tirar fuori i miei sentimenti, anche quelli più quotidiani. Descrivo una storia d’amore impossibile, ma che ti porti dietro e dentro per sempre, anche come una sorta di nostalgia non vissuta. Insomma, “Caos perfetto” è nato così e racchiude il caos che ha creato questa storia, che però, quando la metti da parte, ti appariva tutto perfetto, come se fosse stato un amore da cartolina».
Il titolo Caos perfetto è un ossimoro che sembra quasi voler dire, in un periodo in cui si vive alla ricerca, quasi ossessiva, dell’ordine e della perfezione, che anche nel caos ci può essere una forma d’ordine e di perfezione…
«Hai fatto centro. È proprio questo quello che voglio comunicare. Insomma, è un po’ come lo Ying e lo Yang: nel bianco ci sta sempre un po’ di nero e viceversa. Serve andare avanti e cercare sempre di aumentare gli obiettivi. Quando è tutto fermo e perfetto, al di là della noia, non si muove niente. Il caos è invece un qualcosa di essenziale per noi artisti».
Com’è nata la collaborazione con Francesco Guasti e Davide Gobello?
«Ho conosciuto Davide Gobello durante un’academy a Castelfiorentino, dove, tra l’altro, ho avuto il piacere di conoscere anche Dolcenera. Questa è stata l’occasione per confrontarsi con addetti ai lavori e molti artisti, come Gemitaiz, Pierdavide Carone e Marco Masini. Con Davide, che è toscano come me, abbiamo parlato del mio progetto e lui mi ha parlato di Francesco Guasti e della possibilità di collaborare con lui. Con lui ho fatto un corso e mi sono trovata benissimo fin da subito. Si è creata una sinergia e da lì abbiamo parlato di questo progetto. Insomma, è nato tutto un po’ così per caso. E proprio quando sei al posto giusto nel momento giusto».
Il video, registrato al The Boat By Gregory’s, jazz club sito nel quartiere Trastevere di Roma, ha qualche significato particolare?
«Il jazz club è stato scelto, oltre perché mi sono innamorata di quel posto, anche perché ci sta proprio bene con la musica, con la storia che viene raccontata e con il trascorrere del tempo. Il posto ricorda molto il passato e gli anni che sono trascorsi».
Caos perfetto può essere considerata come la conclusione del tuo percorso, che ti ha portata, per esempio, a vivere all’estero?
«Sicuramente c’è dentro tutta la consapevolezza e l’equilibrio che ho trovato dopo anni di ricerca in me stessa. Senza dubbio è il frutto dei tanti capitoli della mia vita e della persona che sono oggi».
Tu sei molto attiva sui social. Pensi che questi ultimi siano uno strumento utile per gli artisti per farsi conoscere e per arrivare a un’importante fetta di pubblico?
«I social, ma internet in generale, sono un’arma a doppio taglio. Sono utili per farsi sentire e farsi spazio nel mondo, ma allo stesso tempo ti mangiano vivi. Dipende molto come li usi. Gli hater? Molto spesso, anche se è brutto da dire, possono, tra virgolette, diventare quasi una cosa positiva. Grazie a questi ultimi diventi virale e quindi hai più possibilità di farti sentire e conoscere. Serve comunque sbattersi e impegnarsi per avere considerazione. I social creano comunque dipendenza, perché siamo portati a paragonarci costantemente agli altri e perché sta venendo sempre meno quella che è la socialità».
Purtroppo, molto spesso, mi è capitato di leggere commenti offensivi nei tuoi confronti. Qual è la tua sensazione su questa problematica e, secondo te, perché c’è così tanto odio? La musica è una forma di risposta per dire “nonostante voi, io raggiungo determinati risultati”?
«In passato, c’è stato un periodo, per fortuna breve, dove un po’ questi commenti mi hanno toccato e buttato giù. In altri casi però mi sono divertita e ho cercato, in certo senso, di sfruttarne e cavalcarne l’onda. Io amo molto il cervello umano e la psicologia, quindi mi sono chiesto in più di un’occasione perché accadano queste cose. Io ho fatto un percorso psicologico e sono fiera di averlo fatto. Questo mi ha fatto conoscere me stessa e capire che i problemi non sono di certo i miei. Sicuramente c’è molto invidia e infelicità di persone che nella loro vita non hanno scopi e sogni. Io morirei senza questi. Mi hanno detto che non sarei mai salita un palco, ma in realtà ne ho calcati molti e mi sono levata molte soddisfazioni. Sono riuscita a dire basta, a far crescere la mia autostima. E non devo dare spiegazioni a nessuno, anche se, a volte, è difficile chiudere gli occhi. Ma la gente dovrà sempre e comunque giudicare».
Tornando a parlare di musica, quali sono gli artisti a cui ti ispiri di più?
«Arrivata a 31 anni, non ho un vero e proprio punto di riferimento. Diciamo che prendo un po’ da tutti. Mi colpiscono la poesia e l’eleganza nel dire le cose. Torno a farti il nome di Dolcenera, di cui mi piace la grinta. Marco Masini è molto sfacciato e diretto e questo mi piace. I suoi testi sono molto crudi, ma c’è della poesia. Un altro nome è quello di Ultimo, a cui mi ispiro molto, soprattutto quello dei primi anni. Insomma, prendo un po’ da tutti, ma se devo dirti un cantante preferito sicuramente ti dico proprio Ultimo come artista moderno. Mentre, diciamo un po’ meno moderno, sicuramente Masini. Mi fa strappare il cuore ogni volta che canta una canzone».
Com’è nato il tuo nome d’arte?
«Si tratta in primis di una mia attitudine e indole caratteriale. Nasce in inglese, perché mi chiamava così una persona a me molto cara, che ora purtroppo non c’è più. Era una musicista e una ballerina, morta purtroppo molto giovane a causa di una malattia. Ed è stata proprio lei a farmi amare la musica. Mi ha fatto cominciare a cantare, messo in mano la prima chitarra e fatto toccare il primo pianoforte. Un giorno è stata lei a dirmi “tu secondo me dovresti chiamarti Uragano, perché entri nella vita delle persone e sconvolgi tutto“. A 18 anni non ci ha dato troppo peso, anche perché la mia autostima non era delle migliori. Poi, viaggiando nel mondo, in molti mi hanno affibbiato questo termine. E allora ho capito che forse era davvero così. Insomma, un po’ perché mi piace e un po’ come dedica e ricordo di una persona per me speciale e che mi ha salvata».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«”Caos perfetto” è in realtà solo l’inizio. Ovviamente ho già una mia identità e so che non potrò mai fare rap o reggaeton. Sto cercando di distinguermi ancor di più e farmi riconoscere. Io vorrei un giorno essere fortemente riconoscibile. Sto già sperimentando e facendo un percorso interessante, dedicandomi alla scrittura e cercando di tirar fuori qualcosa che rimanga nel tempo e che sia identificabile con me».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
