Uscito nel 2018, Under the Silver Lake è la terza opera scritta e diretta da David Robert Mitchell, regista dell’amatissimo horror psicologico It Follows entrato nelle icone del cinema di paura degli anni Dieci del 2000. Alla sua regia numero tre, Mitchell vira sul neo-noir facendo proprie certe atmosfere di lynchiana memoria, ibridandole con un forte comparto di cultura pop e una tagliente satira che sfocia nel grottesco. Ri(scopriamolo) con questo editoriale.

Dal post-horror al neo-noir

Sul fatto che David Robert Mitchell fosse una talentuosa promessa non vi erano dubbi fin da quel folgorante e carpenteriano It Follows, uno dei migliori horror psicologici degli anni Dieci del 2000, al quale è seguita l’ulteriore conferma messa a segno con Under the Silver Lake uscito nel 2018. Opus numero tre del regista, è un neo-noir all’insegna delle visioni perturbanti e astratte di cotanto cinema di David Lynch e, parimenti, intriso di giallo non convenzionale alla Hitchcock.
Mitchell, qui, procede per addizione lungo tutti i 139 minuti che compongono il lungometraggio con un piglio che alterna, sagacemente, sogni (o incubi) a occhi aperti, citazionismo, metacinema e un brillante cambio di registro continuo (dalla commedia grottesca al noir, dall’horror al dramma esistenziale). Non mancano, dunque, situazioni e scene per tutti i gusti, capaci di lasciare interdetti e sospesi tra l’incredulità di ciò che si è appena visto e che si deve metabolizzare in un continuo alternarsi di dubbi (e poche) certezze.
Infatti, uno dei pregi qualitativi di Under the Silver Lake consiste nel depistare e confondere, di continuo, lo spettatore, lasciandolo disorientato di fronte a squarci surreali che potrebbero essere reali e viceversa, incrinando minuto dopo minuto quel sottile filo, quel confine oltre il quale, la sanità mentale del protagonista (e insieme alla sua, anche quella dei fruitori del film) inizia a vacillare.
Tra sogno e perturbante

E proprio nel peregrinare indolente e allucinato del suo antieroe – un Andrew Garfield in stato di grazia svagato e disincantato, corpo fluttuante in un labirinto di segni, simboli e messaggi cifrati – che Under the Silver Lake trova la propria ossessione primaria: la decodifica compulsiva del reale.
David Robert Mitchell orchestra un mosaico di indizi, canzoni pop, fumetti, graffiti e mitologie urbane che si sovrappongono come livelli di un videogioco esistenziale, dove ogni risposta spalanca un enigma ulteriore. È un’indagine che si nutre di teorie del complotto e cultura popolare ma che, in fondo, finisce per parlare dell’ansia contemporanea di trovare un senso laddove forse non vi è che rumore di fondo, eco di un’industria culturale che divora e ricicla sogni fino a renderli scarti luccicanti.
Per tali motivi, l’opera numero tre del regista di It Follows e The Myth of the American Sleepover può essere fruita e interpretata come acida metafora di una società depauperata da spinte motivazionali verso i cosiddetti losers, figure ormai non più archetipiche tanto della cinematografia quanto della realtà del quotidiano, e semmai capace di suscitare dentro questi stati paranoidi atti a trovare un senso, per forza di cose, anche dove non c’è.
Hollywood come girone infernale

Tra metacinematografia, momenti altamenti grotteschi che si intersecano con altri alquanto onirici, Under the Silver Lake dà su una tela bianca violente pennellate di cinismo, mettendo su una storia sui generis e paranoica in una Los Angeles sospesa, quasi cristallizzata, all’ombra di una Hollywood Mecca del cinema qui messa alla berlina, considerata come un girone infernale in terra per una generazione, quella dei Millennials, soppiantata dal male della vacuità promiscua.
Il neo-noir, in questo caso, è solo il vestito confezionato su misura indossato da Under the Silver Lake, e David Robert Mitchell ha saputo – egregiamente – gestire il genere non limitandosi, solo ed esclusivamente, a portare in scena i topoi a esso appartenenti, bensì andando oltre e codificando messaggi socio-antropologici diretti agli spettatori tra scene grottesche e squarci di spiazzante onirismo. A maggior ragione, otto anni dopo l’uscita il film di Mitchell rimane un must-watch sia per i neofiti sia per gli estimatori tanto del regista quanto dei mostri sacri del cinema dai quali, questa opera sopra le righe, ha tratto ispirazione con la giusta riconoscenza.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
