Tokyo Godfathers di Satoshi Kon torna in sala dal 24 al 26 novembre per Nexo Digital e restaurato in 4K. Una fiaba natalizia che fa scrutare il miracolo dell’umanità nei bassifondi della capitale nipponica.

La trama

La vigilia di Natale, tre senzatetto trovano per caso una bambina abbandonata tra i rifiuti, insieme a un biglietto che chiede a chiunque la trovi di prendersene cura. La signorina Hana, donna transgender impoverita e dallo spiccato istinto materno, desidera tenerla, convinta che essa sia un dono divino. Gin, burbero alcolizzato di mezza età portato alla miseria dai debiti e Miyuki, adolescente vagabonda, vogliono invece portarla subito alla polizia.
I tre intraprendono un viaggio per restituire la trovatella ai suoi genitori naturali, seguendo indizi che spesso si rivelano fuorvianti. Tra la notte di Natale e Capodanno, attraversano Tokyo e le sue contraddizioni sociali, vivendo avventure che li mettono in contatto con i numerosi, variegati abitanti della città e li costringono a confrontarsi con i propri passati individuali.
Rileggere la marginalità con la lente della fiaba

Alla fine degli anni Novanta, l’animatore e regista giapponese Satoshi Kon si impose sulla scena degli anime con Perfect Blue (1997) e Millennium Actress (2001), due opere radicate nel concetto di finzione e nelle ambigue deformazioni percettive e identitarie dei loro personaggi. Tokyo Godfathers (2003) ha rappresentato una svolta più accessibile, una fiaba natalizia ambientata nei bassifondi di Tokyo che, pur coinvolgendo il pubblico con un ritmo rocambolesco, interroga tanto la modernità urbana della capitale quanto l’idea stessa di ‘famiglia’ nell’oggi.
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Kon, lungi dall’indulgere in una retorica vittimista, si limita a osservare una metropoli asiatica che, nel suo caos ipertecnologico, non si fa troppi problemi a espellere o emarginare gli outsiders. Non sorprende, dunque, che un regista come Kore’eda Hirokazu possa aver trovato in questo film una delle sue fonti di ispirazione: la prospettiva dei reietti – un’ex drag queen affettuosa e pittoresca, un padre travolto dalla miseria a causa del gioco d’azzardo, una ragazza fuggita di casa – è infatti sovrapponibile a quella dello splendido Un affare di famiglia.
La struttura del miracolo

Tokyo Godfathers si inserisce nei canoni del racconto natalizio classico, sulla scia di Frank Capra, ma lo fa filtrando il ‘miracolo delle feste’ attraverso una patina di disincanto. Le coincidenze più inattese, la gioia del ritrovamento e della solidarietà improvvisa convivono con il malessere generato dai fallimenti personali. Ai protagonisti non viene garantita per forza la redenzione, il loro vagare diviene metafora di un’umanità che, nonostante tutto, insegue l’atto di bontà disinteressato. La regia di Satoshi Kon si concentra sul grigiore dei luoghi meno ‘turistici’ della capitale nipponica per evidenziarne la forbice sociale, contrapponendo aree urbane degradate alle immagini luminose e patinate del Natale degli spazi agiati.
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In questa cornice Satoshi Kon enuclea il tema della famiglia quale organismo instabile, poroso, originatosi dalla condivisione, non da obblighi di sangue o costrutti culturali – come, d’altronde, nel già citato Un affare di famiglia. La pellicola mette in scena per tutta la sua durata disparità, depressione, relazioni disfunzionali, abbandono. Ma lo fa con un sguardo leggero e insieme malinconico, rivolto sugli emarginati alla maniera di Kurosawa in Barbarossa, che fa scrutare un’umanità ignorata laddove la retorica ufficiale della contemporaneità nipponica sceglie di non vedere.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
