Con la 79ª edizione del Festival di Cannes che giunge alla conclusione oggi, riscopriamo Titane. Scritto e diretto da Julia Ducournau e con protagonisti Agathe Rousselle e Vincent Lindon, è stato presentato in anteprima alla 74ª edizione del Festival di Cannes, aggiudicandosi la Palma d’Oro e dividendo critica e pubblico.

La trama

Alexia (Agathe Rousselle) ha una placca di titanio conficcata nel cranio a causa di un incidente passato. Ballerina in un ‘salone per automobili’, le sue performance erotiche la rendono preda facile degli uomini, che l’approcciano senza mezze misure. Ma Alexia uccide con un fermaglio chi si avvicina troppo e colleziona omicidi che la costringono a fuggire e ad assumere l’identità di un ragazzo, Adrien, il figlio scomparso dieci anni prima di un comandante dei pompieri. Lei è una macchina programmata per uccidere che cerca un rifugio, lui ha una divisa programmata per salvare vite che ha disperatamente bisogno di prenderla per qualcun altro. Tutto li separa ma poi qualcosa, improvvisamente, li unisce per sempre.
Un’esperienza viscerale tra horror e identità

Dopo Raw – Una cruda verità, Julia Ducournau torna dietro la macchina da presa con Titane, un film estremo e profondamente divisivo. Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2021, il film non cerca mai di compiacere lo spettatore, ma punta piuttosto a destabilizzarlo attraverso immagini forti, corpi deformati e una narrazione volutamente disturbante. La regia della Ducournau è riconoscibile in ogni scelta visiva. La macchina da presa insiste sui dettagli fisici, trasformando il corpo umano in uno strumento narrativo vero e proprio. Il linguaggio cinematografico è aggressivo, a tratti quasi soffocante, ma sempre coerente con il mondo raccontato.
Anche dal punto di vista tecnico il film mostra una forte identità. Il montaggio alterna momenti frenetici a sequenze più lente e silenziose, creando un ritmo irregolare che riflette il caos emotivo della protagonista. La colonna sonora elettronica accompagna efficacemente questa atmosfera alienante, amplificando il senso di disagio e tensione. Visivamente, Titane costruisce un’estetica fredda e industriale fatta di neon, metallo e ambienti claustrofobici. Un universo in cui l’essere umano sembra perdere progressivamente la propria identità.
Alexia e Vincent: due anime distrutte

Al centro della storia c’è Alexia, interpretata da Agathe Rousselle, un personaggio complesso e volutamente difficile da decifrare. È una figura guidata dall’istinto, incapace di comunicare davvero con il mondo esterno, ma allo stesso tempo profondamente fragile. La performance della Rousselle colpisce soprattutto per l’intensità fisica. Gran parte delle emozioni passano attraverso movimenti, sguardi e posture più che tramite i dialoghi. Ed è proprio il corpo a diventare il centro assoluto del racconto: identità, trauma e trasformazione convivono continuamente nella stessa immagine.
Con l’arrivo di Vincent, interpretato da Vincent Lindon, il film cambia gradualmente tono. Quello che inizialmente sembra un semplice body horror si trasforma in una riflessione sulla paternità, sul bisogno di essere accettati e sulla ricerca disperata di un legame umano. Il rapporto tra i due personaggi rappresenta la parte più forte dell’opera. Vincent è un uomo distrutto dal tempo e dalla solitudine, mentre Alexia fugge continuamente da se stessa. Entrambi vivono dentro una menzogna, ma proprio in quella fragilità riescono a trovare una connessione autentica. La scrittura sceglie spesso il silenzio invece della spiegazione diretta. Ducournau preferisce raccontare attraverso immagini e trasformazioni corporee, lasciando allo spettatore il compito di interpretare ciò che vede.
Una Palma d’Oro meritata?

La domanda inevitabile è se Titane meritasse davvero la Palma d’Oro vinta a Cannes cinque anni fa. Per alcuni spettatori il film potrà risultare eccessivo, confuso o persino respingente. Alcune sequenze sembrano volutamente spinte oltre il limite e il ritmo non sempre riesce a mantenere costante il coinvolgimento. Eppure è difficile ignorare la forza autoriale dell’opera. In un panorama spesso dominato da film sempre più simili tra loro, Titane rappresenta un cinema che osa ancora rischiare davvero. È un film imperfetto ma vivo, capace di lasciare un segno anche quando mette profondamente a disagio.
Il messaggio di fondo emerge proprio attraverso questa continua deformazione del corpo: dietro ciò che appare mostruoso si nasconde spesso un bisogno umano di amore, comprensione e appartenenza. Ed è qui che il film trova la sua dimensione più sincera. Titane non è un’opera facile da guardare, ma è sicuramente una delle più coraggiose degli ultimi anni. Un film disturbante, provocatorio e sorprendentemente umano.
Mi chiamo Giorgio, ho 34 anni e oltre a lavorare nel telemarketing e nell’amministrazione ed essere un laureando di Scienze Del Turismo, mi sono buttato nella critica cinematografica da qualche anno. Ho la passione del cinema fin da quando ero piccolissimo e ho iniziato a vedere film già in tenera età, dopo aver cominciato come tutti con i cartoni animati. Per me il cinema, così come la lettura, è un mondo dove trovo “la mia fuga dalla realtà”, guardare le cose da una prospettiva differente e trovare la risposta che cerco, per capire meglio me stesso e il mondo. Sono un appassionato anche di Serie TV, Anime e Serie Animate. Ho unito tutto questo con la scrittura e unendo queste due mie passioni, ho modo di esprimermi in qualche modo.
