Con l’imminente assegnazione del Gelso d’Oro alla Carriera a Kōji Yakusho al prossimo Far East Film Festival, abbiamo rivisto The World of Kanako: un neo-noir che è, al tempo stesso, deflagrazione dell’estetica kawaii.

La promessa di un’esperienza radicale

The World of Kanako di Tetsuya Nakashima non è un film per tutti. Guardandolo si ha quasi la percezione che si tratti di un esperimento sulle reazioni del pubblico davanti a ciò che vede sullo schermo. L’insistita violenza, il montaggio schizofrenico e i personaggi orribili che fanno cose orribili senza che nessuno, nemmeno per un istante, offra un appiglio morale a cui aggrapparsi: tutto sembra studiato per sfidare pazienza e attenzione dello spettatore. Il fatto che questo visceralissimo neo-noir riesca comunque a tenere incollati allo schermo per due ore è, a pensarci bene, una specie di miracolo cinematografico.
Akikazu Fujishima (Kōji Yakusho) è l’epitome del relitto umano. Ex poliziotto, alcolizzato cronico, separato dalla moglie (Asuka Kurosawa) e sostanzialmente estraneo alla propria figlia adolescente, Kanako (Nana Komatsu), lavora come guardia giurata quando diviene il primo sospettato di una strage in un locale gastronomico. Nel frattempo, la sua ex moglie lo contatta riluttante: Kanako è scomparsa senza lasciare traccia. Akikazu comincia a cercarla, e quello che scopre è un ritratto di sua figlia di cui non era a conoscenza. L’indagine lo trascinerà in una guerra sotterranea tra yakuza e poliziotti corrotti, lasciando dietro di sé una scia di sangue che lui stesso contribuirà ad allungare.
Il fascino dell’orrido

Il protagonista Akikazu rappresenta la più rischiosa (e affascinante) scommessa di The World of Kanako. È un antieroico sbirro così misogino e irredimibile da far sembrare un sant’uomo il cattivo tenente di ferrariana memoria; nel corso del film compie qualunque tipo di nefandezza, omicidio e violenza sessuale, con una sistematicità che Nakashima non si interessa ad attenuare. La domanda che il film pone, va da sé, è scomoda: perché continuare a guardare, se non c’è nessuno per cui fare il tifo? La risposta sta, ovviamente, in una morbosa curiosità. Vogliamo sapere a quale conclusione giungerà l’indagine, non tanto perché nutriamo simpatia per Akikazu, ma perché la figura di Kanako (costruita attraverso testimonianze e flashback contraddittori) è l’enigma che il film riesce a imbastire con gran sapienza.
La performance tumefatta di Kōji Yakusho – lontanissimo dal registro minimale, silenzioso di quel Perfect Days che lo ha reso tanto popolare a livello internazionale – non lesina sulla ferocia, e l’esuberanza con cui tratteggia l’orribile natura del personaggio è ciò che lo rende così vivo e imprevedibile. Dall’altra parte c’è Kanako, interpretata da Nana Komatsu: mentre il padre si fa terra bruciata intorno con forza bruta, Kanako lo fa con la perfetta simulazione dell’innocenza, anche quando non è in scena: la sua capacità di corrompere chi le è vicino usando tenerezza e purezza fasulli è il tema più oscuro che Nakashima mette sul tavolo.
La deflagrazione del feticcio kawaii

Il rimando continuo a Lewis Carroll (la discesa di Alice giustapposta alla katabasis di Akikazu) è un’idea pertinente. Il mondo di Kanako è un sottobosco putrido di studenti strafatti e criminali di varia risma, che prende vita con uno stile pop che alterna incursioni splatter in stile anime, didascalie dai colori sgargianti e numeri musicali montati come videoclip febbrili (occhio alle incursioni delle idol Dempagumi.inc e alle rime di DAOKO) che contrastano con la brutalità generale.
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Grazie al frenetico montaggio, non lineare, la storia segue i tracciati di quattro linee temporali che si intersecano senza preavviso, richiedendo la piena attenzione. Eppure Nakashima non lascia mai che la complessità strutturale diventi pretesto per un caotico autocompiacimento: ogni colpo di scena ha un peso specifico che giustifica il momento in cui viene inflitto. Si tratta di una decostruzione narrativa che, in piena tradizione del noir, guarda al peggio dell’umanità e, allo stesso tempo, deflagra senza pietà l’estetica kawaii.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
