A settant’anni suonati, Jackie Chan firma con Larry Yang The Shadow’s Edge, un action movie che non cerca di resuscitare il passato, ma dimostra come si possa stare nel genere con piena dignità. L’abbiamo visto al Far East Film Festival.

Settant’anni e nessuna nostalgia

C’è sempre un momento preciso in cui un attore smette di combattere il tempo che passa e inizia a osservare le cose da un’altra prospettiva. Jackie Chan sembra aver raggiunto quella consapevolezza, e The Shadow’s Edge di Larry Yang è la prova più convincente di questa maturità consapevole. Non un film nostalgico, quindi, tantomeno una celebrazione autoreferenziale: un action-movie che sa esattamente cosa può permettersi e imbastisce attorno a quelle coordinate un impianto solidissimo. Il plot del film è un classico da action-movie che gli appassionati più o meno rodati del genere ormai conoscono a menadito, qui calato in un confronto ravvicinato tra sorveglianza tradizionale e algoritmi.
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Chan interpreta Wong Tak Chung, un ex agente di polizia richiamato in servizio per addestrare un’unità speciale. L’incarico è fermare The Shadow (Tony Leung Ka-fai), capo di un’imprendibile banda criminale, sempre un passo avanti alle autorità grazie a un mix esplosivo di strategia, travestimenti, manipolazioni digitali all’avanguardia. L’ambientazione a Macao, tra casinò kitsch e architetture patinate, funziona come efficace contrappunto visivo a location più decadenti.
Lo specchio lucido del blockbuster cinese

La produzione non lesina: spericolate riprese con drone, effetti digitali di qualità, divi stellati, una confezione da blockbuster cinese di primo livello che (esattamente come i gadget tecnologici all’avanguardia impiegati dai personaggi) supportano l’azione più fisica e tradizionale. Ed è nella chiarezza dell’azione che la regia di Larry Yang (già collaboratore di Chan in Ride On) eccelle, facendosi forte di un montaggio che evita tagli compulsivi per mascherare coreografie meno ispirate: ogni movimento ha leggibilità, ogni impatto la sua tangibilità. L’apertura con la rapina di criptovalute stabilisce subito un ritmo concitato alle due ore e mezza successive, e una scena in corridoio in stile Oldboy conferma che il film non teme di alzare l’asticella della violenza.
In tutto questo, Jackie Chan ridisegna saggiamente il proprio ruolo per non trasformarlo in una celebrazione personale. Lascia le sequenze più atletiche ai colleghi più giovani per agire come guida, osservatore e stratega. Ma nei momenti chiave torna ancora protagonista assoluto, e quando non può più contare esclusivamente sul corpo, Chan si affida a ciò che ancora non è sbiadito: carisma e tempismi ironici perfetti. Riesce a dare calore anche alle scene più tranquille senza mai eccedere nella drammatizzazione, e questa sobrietà oggi rappresenta uno dei suoi punti di forza migliori.
Un ensemble che funziona

La giovane Zhang Zifeng spicca tra i membri dell’unità che il protagonista è chiamato a formare. Le sue ferite emotive, il mobbing nell’ambiente a prevalenza maschile della polizia, l’evoluzione nel rapporto con il protagonista (dall’iniziale, classica ostilità al rispetto reciproco) seguono credibili direttrici. Tony Leung Ka-fai, dall’altra parte, fa la parte del leone come villain metodico e affascinante, con lampi di brutalità che reggono il confronto scenico con Chan nel confronto finale: una collisione tra generazioni e visioni del mondo che è anche il cuore tematico del film. Forse anche più delle implicazioni politiche sulla video-sorveglianza.
The Shadow’s Edge non ha alcuna pretesa di rinnovare l’odierno action a trazione hongkonghese. È il tipo di film di genere che conosce i propri limiti e li trasforma in risorse. Per chi segue Jackie Chan da anni, è una goduria piena. Per chi si avvicina, può costituire un buon punto di ingresso verso il cinema di un leggendario attore-autore.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
