The Martian ha segnato per il grande Ridley Scott un approccio alla fantascienza più solare e ottimista, in un atto di fede nell’intelletto umano che raccoglie e vince la sfida dell’ignoto. Riscopriamolo in occasione del compleanno del regista.

La trama
Creduto morto durante una tempesta di sabbia e abbandonato dai compagni di missione su Marte, il brillante botanico Mark Watney (Matt Damon) si dovrà confrontare con la solitudine, le scorte ridotte all’osso e gli ambienti ostili del pianeta rosso, riuscendo persino a far germogliare un’insperata coltivazione di patate. Anche se la vera sfida si rivelerà trovare un modo per ristabilire il contatto con la Terra e pianificare un eventuale recupero.
Nel frattempo, i vertici della NASA – Teddy Sanders (Jeff Daniels), Vincent Kapoor (Chiwetel Ejiofor) e Mitch Henderson (Sean Bean) – si interrogano sulle gigantesche ripercussioni mediatiche dell’incidente. Mentre l’equipaggio dell’Ares 3 (Jessica Chastain, Michael Peña, Kate Mara e Aksel Hennie) fa i conti con il senso di colpa per aver abbandonato un collega al suo destino.
Da romanzo di successo a panegirico dell’intelletto

Probabilmente Andy Weir non immaginava che il suo celebratissimo romanzo d’esordio L’uomo di Marte (2011) potesse fornire la solidissima base per uno dei film più riusciti, spettacolari e divertenti del maestro inglese Ridley Scott. Informatico e autore appassionato, Weir completò il romanzo nel 2009 dopo ricerche tecniche approfondite; pubblicò i capitoli sul proprio blog e poi in formato Kindle a 0,99$, vendendo decine di migliaia di copie in poche settimane. La 20th Century Fox acquistò i diritti nel 2014, affidando a Drew Goddard l’adattamento e la regia a Scott. Con Matt Damon nelle vesti di protagonista e 72 giorni di riprese tra Korda Studios (Budapest) e i paesaggi giordani di Wadi Rum, The Martian uscì appena un anno dopo la discussa rilettura biblica di Exodus – Dèi e re, rovesciando i toni generalmente bui e pessimistici della fantascienza cui Scott ci ha sempre abituati già a partire da Alien e Blade Runner.
Anche qui ritornano l’ostilità dell’ignoto, la dialettica uomo-tecnologia e l’istinto di sopravvivenza, messi in scena già nel durissimo prologo ma qui armonizzati con un luminoso elogio dell’ingegno umano, animato dall’ottimismo. La lotta per la sopravvivenza di Watney è una sequenza continua di problemi ingegneristici da risolvere: gestione delle risorse idriche, produzione di ossigeno, riciclo dei rifiuti e coltivazione in ambiente chiuso. Il film mostra con attenzione i vincoli di massa e volume – per esempio il ricorso a materiali di recupero e a sistemi modulari – e rappresenta realisticamente come procedure semplici (sigillature, riparazioni elettriche, isolamento termico) siano decisive.
L’odissea umana secondo Ridley Scott

Come detto, Ridley Scott mette momentaneamente da parte le atmosfere più oscure tipiche del suo immaginario fantascientifico, scegliendo un registro più lieve e ironico – bastino l’eccellente Il genio della truffa o il gradevole Un’ottima annata per ricordarsi quanto il maestro inglese sia a suo agio con la commedia. Si avverte un minor senso di inquietudine cosmica rispetto a quanto il contesto farebbe presagire; eppure la narrazione scorre tutta d’un fiato, complice anche l’ottima colonna sonora elettronica di Harry Gregson-Williams (Le Crociate), arricchita da alcuni celebri brani di David Bowie e Donna Summer. La riuscita del film è merito anche dell’intelligentissima sceneggiatura di Goddard, capace di equilibrarne i registri e al contempo dare concretezza a processi, test, fallimenti e iterate correzioni.
Quando poi dal one man show marziano di Matt Damon si passa alla coralità del secondo atto, la storia si arricchisce di piccoli eventi e figure che rendono omaggio alla cooperazione internazionale. Il cast di supporto interpreta a sua volta ruoli tecnici (ingegneri, analisti missione, responsabili) da ogni angolo del globo, con dialoghi che tengono conto di gerarchie e vincoli operativi, senza rinunciare all’ironia, mai invadente e anzi funzionale a non rendere il tutto un mero sfoggio di cultura ingegneristica.
Ricreare Marte, pensare al futuro dell’esplorazione

Con The Martian, Ridley Scott volle spingere sulla verosimiglianza. La troupe ha lavorato con consulenti della NASA per progettare strumenti, procedure e il design dei veicoli nel modo più credibile possibile – scelta che porta il film vicino a uno scenario tecnologico plausibile nel prossimo decennio (si parla spesso del 2030 come data indicativa per missioni umane su Marte). Dettagli come i sistemi di supporto vitale, i moduli abitativi e le limitazioni di consumo energetico vengono trattati sul piano della fattibilità pratica. La costumista Janty Yates ha disegnato tute meno ingombranti e più funzionali rispetto alle reali corrispettive, pensando all’evoluzione verso una maggiore mobilità e all’integrazione di strumenti digitali e sensori. Anche gli interni dei moduli e i pannelli strumentali sono stati concepiti con logiche ergonomiche e funzionali (posizioni dei comandi, interfacce semplici per ridurre errori umani).
Il team di Scott ha miscelato tre tipi di terriccio per ottenere texture e colorazioni il più simili possibile a quelle del pianeta rosso. Tutte le sequenze in esterna sono state girate alla velocità di 48 fps davanti al più grande green screen del mondo (quattro pareti alte venti piedi, a sentire lo scenografo Arthur Max), per poi essere riconvertite a 24 fps tradizionali in post-produzione per simulare il tenue rimbalzo tipico della gravità marziana (38% di quella terrestre). Tra le applicazioni mirate della CGI, la modifica delle visiere dei caschi per eliminare i riflessi del green screen o luci di set, evitando così la cattura accidentale della troupe nelle superfici riflettenti.

The Martian si rivela una delle opere più compiute di Scott, che reimpiega tecniche viste in film precedenti. L’uso di camere GoPro-style per le inquadrature in prima persona all’interno dei caschi e dei moduli, proveniente da Prometheus, rende credibili le POV interne e aggiunge dati visivi utili a rappresentare limitazioni sensoriali e flussi informativi degli astronauti. L’equilibrio tra piani ravvicinati sui macchinari e campi lunghi marziani è gestito per sottolineare il contrasto tra scienza di dettaglio e scala cosmica. La tecnologia 3D permette movimenti di macchina dinamici e spericolati.
L’eleganza estetica è subordinata alla forza del racconto. Il piacere dell’esplorazione e l’animo illuminista fanno da terreno fertile a un’avventura profondamente umana: un notevole punto d’incontro tra cinema commerciale e ambizioni autoriali.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
