The Lost Bus, disponibile sul catalogo di Apple TV, vede il regista inglese Paul Greengrass nuovamente impegnato con storie vere di uomini alle prese con eventi più grandi di loro, e ritrova in Matthew McConaughey il volto perfetto dell’antieroe americano proletario.

La cronaca dell’antieroe americano

A oltre dieci anni dal riuscito Capitan Phillips, che affrontava il tema della moderna pirateria somala, il regista britannico Paul Greengrass sembra ormai il nome più affidabile nella trasposizione di storie vere di uomini alle prese con situazioni estreme. E che la cronaca del grande incendio che colpì la California nel 2018 e lo stile frenetico del regista di The Bourne Ultimatum fossero fatti l’uno per l’altro lo dimostrano le quasi due ore e venti di The Lost Bus. Orgogliosamente ortodosso nel suo aderire ai canoni di certo disaster movie anni Novanta, il film è un graduale avvicinamento alla catastrofe, sviluppato su due binari distinti ma convergenti: da un lato la ricostruzione minuziosa, quasi documentaristica, dell’evento e dei tentativi di contenerlo; dall’altro il percorso, tutto sommato classico, di un antieroe americano allo sbando, pronto a riscattarsi di fronte alla comunità.
Protagonista del film è infatti il trasandato autista di scuolabus Kevin McKay, segnato da sfortune quotidiane (cane malato di cancro, precarietà economica, rapporti tesi con figlio ed ex moglie) e considerato inaffidabile dai colleghi, che dovrà salvare ventidue bambini e la loro insegnante (America Ferrera) intrappolati nell’incendio della città di Paradise. Matthew McConaughey interpreta McKay senza timore di apparire più sciupato e dimesso, più vicino a un profilo proletario nel quale l’americano medio possa identificarsi. A questo proposito, è interessante notare come il suo personaggio si ponga in perfetto controcampo rispetto al Sonny Hayes di F1 (altro film, come The Lost Bus, prodotto da Apple), in cui il corpo maturo ma ancora prestante di Brad Pitt era al centro di una riflessione teorica sulla cristallizzazione di una certa immagine virile anni Novanta, sul suo passaggio da archetipo western a brand.
Immersione nel disastro

Quando l’incendio esplode in tutta la sua furia, la resa visiva è tanto spettacolare quanto terrorizzante, permettendo a Greengrass di mettere alla prova tutta la sua cifra stilistica. La macchina a mano nervosa tipica del cineasta inglese (disprezzata da molti, ma qui impiegata con rigore e gusto), che in Capitan Phillips seguiva il moto ondoso su cui scorrevano le vicende, restituisce ora l’angoscia di essere circondati dal fuoco e da civili in preda al panico. La regia arriva a immergersi tra fiamme e mura di fumo imperscrutabili, con virate digitali della macchina da presa immersive, alternate a panoramiche dall’alto delle foreste carbonizzate.
All’interno dell’autobus – spazio compresso, claustrofobico e fragile se paragonato al paesaggio quasi post-apocalittico che lo circonda – la fisicità della lotta per la sopravvivenza si combina a un nucleo emotivo trattenuto, fatto di un labile affetto tra conducente e passeggeri. Qui l’uomo considerato fallito lascia alle spalle la sua condizione di marginalità, che sembrava escluderlo a priori da un ruolo salvifico, e trova nell’estrema emergenza la forza di caricarsi sulle spalle un compito probabilmente più grande di lui. Questo disegno dell’eroismo nato dall’urgenza più che dalla vocazione viene tratteggiato senza trionfalismi, in coerenza con il tono umano dei fatti. Tutto molto classico, ma anche tutto molto coinvolgente.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
