In occasione della Giornata Internazionale della donna, abbiamo rivisto The Last Duel, il cupo affresco storico diretto da Ridley Scott che riflette sulla credibilità della parola femminile in un medioevo trucido e misogino, inquietantemente simile al XXI secolo.

Un incontro di talenti

In qualità di attori-filmmaker, Matt Damon e Ben Affleck hanno costruito percorsi individuali prestigiosi (basti pensare a The Town, diretto da Affleck del 2010), ma è stata la loro sinergia creativa a generare i risultati più significativi. L’ambito Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale conquistato con Good Will Hunting (Gus Van Sant, 1997) quando ancora non avevano trent’anni, l’adesione a opere provocatorie come Dogma (1999), e l’impulso dato a giovani talenti della regia attraverso Project Greenlight (2001-2015) hanno consolidato un sodalizio fecondo per Hollywood e un legame personale profondo. Con The Last Duel di Ridley Scott tornano a unire le forze, affrontando un’epica medievale brutale tanto come sceneggiatori che come interpreti.
A partire dagli Anni Duemila, Ridley Scott ha trovato nell’epica storica uno strumento per rigenerarsi nei momenti di stanchezza creativa. La director’s cut di Le crociate rappresentò un all-in dopo il trionfo de Il Gladiatore; Robin Hood ed Exodus: Dèi e Re, sebbene discussi, approfondirono il tema dell’antieroe solitario in rivolta contro l’oppressione. Con The Last Duel, il regista inglese si affranca dalle accoglienze controverse di Alien: Covenant e Tutti i soldi del mondo, tornando a dialogare nuovamente con il passato per proporre ancora una volta uno scontro violento tra due uomini che, nel caso specifico, risuona con le urgenze contemporanee del #MeToo.
Un medioevo che risuona nel contemporaneo

Siamo nella Francia del 1386, nel bel mezzo della Guerra dei Cent’anni. L’intesa fra il cavaliere Jean de Carrouges (Damon) e lo scudiero Jacques LeGris (Adam Driver), protetto del libertino conte Pierre (Ben Affleck), si spezza quando Marguerite de Thibouville (Jodie Comer), moglie del primo, denuncia LeGris per stupro. La risoluzione avverrà mediante il “Duello di Dio”: i due guerrieri si affrontano in combattimento mortale; se Carrouges perisce, Marguerite andrà al rogo per spergiuro. Sarà l’ultimo duello legale nella storia francese.
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Il film esordisce con una sequenza flash-forward di grande impatto. Folle solenni, forme gotiche e dettagli scenografici costellano il preludio al processo per singolar tenzone; lo scontro di lance viene bruscamente interrotto dal titolo. Da qui il racconto adotta una struttura ispirata a Rashōmon di Akira Kurosawa (1951), pur distanziandosene nella tesi. La sceneggiatura suddivide il racconto in tre prospettive: quella di Jean, quella di Jacques, e infine quella di Marguerite. È quest’ultima che porta la “verità” – come il film stesso sottolinea – perché in un caso di violenza sessuale non potrebbe essere diversamente.
La natura della “verità”

Se il copione di Damon, Affleck e Nicole Holofcener ha una architettura solida, Ridley Scott dispone della sua maestria visiva per trascrivere le pagine in immagini incisive. Benché la medesima storia si ripeta tre volte, dettagli minuti cambiano fra le versioni, riflettendo le percezioni divergenti dei protagonisti. La scena dello stupro è particolarmente eloquente: gli stessi elementi visivi assumono significati opposti a seconda di chi vede. Sono proprio questi particolari, ben sottolineati dalla regia, a rivelare personalità e stati emotivi differenti, consegnandoci uno dei capolavori cinematografici sul tema della violenza sessuale, nonché una meditazione sulla natura della verità e della prospettiva.
Nelle brevi sequenze belliche e nel monumentale scontro conclusivo fra Jean e Jacques – frutto di due mesi di lavoro coreografico – Scott ricorda a tutti noi di essere anche “il regista de Il Gladiatore“. Scrupoloso nel riempire lo schermo di dettagli d’epoca di grande effetto, il cineasta inglese non tralascia fango, carni squarciate e mutilazioni, imprimendo dinamismo tramite accelerazioni dell’otturatore e montaggi frenetici. Il duello del titolo si erge, totemico, come climax robusto, capace di tenere lo spettatore sulle spine.
Un kolossal dalla prospettiva critica

Scott domina i ritmi dilatati di questo kolossal introspettivo mantenendo una prospettiva critica. Nel mondo medievale che ritrae, gli uomini detengono il potere interpretativo, decidono cosa sia “giusto”; le donne subiscono soffocante oggettivazione (la suocera di Marguerite) oppure combattono, rischiando la vita. I dialoghi attingono da Ovidio, dal Roman de la rose nella versione di Chaucer, dal Parsival wolframiano per smascherare la retorica “cortese”: Jean si percepisce come eroe arturiano, LeGris come salvatore di una sposa intristita. Entrambi impiegano gli ideali letterari come giustificazione per la loro brutalità, con Marguerite a pagare il prezzo.
Jodie Comer (Killing Eve, 2018-2022) arricchisce la galleria scottiana di eroine sfaccettate ed è la vera colonna del film. Donna sofferente ma fiera, Marguerite è capace di suscitare reale comunione emotiva nella sua ricerca di riscatto. Con eleganza regale e sensibilità, non rimane mai passiva, anzi mette in discussione i ruoli restringenti a lei imposti dalla società e dalla famiglia. The Last Duel incarna pienamente la firma del miglior Ridley Scott possibile: universi filmici costruiti meticolosamente che coniugano potenza visiva e anima politica.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
