In occasione del settantaquattresimo compleanno di Kathryn Bigelow, riscopriamo The Hurt Locker, il film capolavoro bellico che le valse l’Oscar alla Miglior regia e incanalò un’analisi d’autrice dell’ossessione per il pericolo sullo sfondo del conflitto iracheno.

La trama

‘Hurt Locker’ è il nomignolo con cui i soldati statunitensi indicano la condizione di essere feriti da un’esplosione. Allo stesso tempo, il termine – traducibile come ‘armadietto del dolore’ – rimanda alla cassetta in cui vengono riposti gli oggetti personali dei militari e, in senso figurato, al luogo mentale in cui confinare le emozioni per non lasciarsi travolgere dai sensi di colpa.
Nel contesto della Seconda guerra del Golfo (2003-2011) opera una squadra di artificieri di stanza in Iraq, guidata dal sergente William James (Jeremy Renner), costretta a misurarsi quotidianamente con situazioni di stress estremo. Dagli attacchi dei cecchini alle missioni di recupero che coinvolgono prigionieri, ogni intervento richiede un equilibrio precario tra lucidità, sangue freddo e abitudine al pericolo.
Nel cuore della detonazione

Sin dalla sua apparizione in concorso al Festival di Venezia 2008, The Hurt Locker si impose come una significativa declinazione del war movie nel panorama anglofono contemporaneo, sia per l’impatto con cui fotografa l’esperienza del conflitto iracheno, ma anche per le sue implicazioni meta-cinematografiche e autoriali. L’Oscar alla Miglior regia assegnato a Kathryn Bigelow – prima donna in assoluto a ottenere il premio – fu il coronamento di un percorso che, dal sulfureo poliziesco Blue Steel all’ormai classico Point Break, passando per il più difettoso ma comunque interessante K-19, ha posto al centro il tema dell’amicizia per esplorare la relazione tra individuo, rischio e adrenalina in una continua riconfigurazione, sempre più stratificata, del cinema d’azione.
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Il contributo alla sceneggiatura di Mark Boal, ex corrispondente di guerra dai cui articoli Paul Haggis trasse Nella valle di Elah, agevolò una costruzione della tensione fondata sulla ripetizione spersonalizzante delle procedure di disinnesco e sulla percezione di un pericolo permanente. Bigelow traduce questa base solida in immagini estremamente corporali: l’uso di camere mobili, rallenty e montaggi paralleli si avvicina al modello di immersione sensoriale del Black Hawk Down di Ridley Scott, riformulandolo in modo più introspettivo.
Anatomia della guerra interiorizzata

L’elemento politico, spesso centrale nei film di guerra del periodo – basti pensare alle ucronie catartiche di Bastardi senza gloria o alla parabola da ‘western revisionista’ di Avatar – viene qui eluso. Bigelow si concentra, invece, su quell’interiorizzazione del caos come unica forma possibile di normalità, che plasma irreversibilmente psicologie e ossessioni dei soldati. Una chiave di lettura, questa, esplicata a partire dal materiale promozionale («La guerra è come una droga, crea dipendenza» recita, infatti, la tagline del poster) e, soprattutto, tramite l’efficace figura di William James, antieroe carismatico interpretato da un Jeremy Renner ancora lontano dalle produzioni mainstream Marvel.
Il ricco cast secondario presenta nomi più o meno famosi – Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes – e ha molto più di una semplice funzione accessoria. Oltre all’ovvio richiamo pubblicitario, Bigelow se ne serve per rimarcare, attraverso i contrasti, l’atipicità del protagonista. Le reazioni di tutti i comprimari, più convenzionali o pragmatiche, delineano i contorni della sua anomalia psicologica, rendendola ancora più incisiva. Ed è in questa complessità, oltre che nella confezione spettacolare, che risiede ciò che fa del film un capolavoro.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
