A due anni dalla trasferta hollywoodiana di The Great Wall, invero assai grossolana, il regista cinese Zhang Yimou è tornato in patria per firmare Shadow, un wuxia sanguinolento, in equilibrio tra rievocazione kurosawiana e grande tragedia.

La trama
Cina del III secolo d.C., durante il periodo dei Tre Regni. Il Regno di Pei sta per compiere la scelta strategica dell’entrata in guerra. Lo scopo è la riconquista dell’antica città di Jingzhou, controllata dal generale Yang (Jun Hu) e da suo figlio, Ping (Wu Lei). Il comandante Yu (Deng Chao) vorrebbe sfidare Yang in duello, ma il re di Pei giudica troppo incerto l’esito della battaglia.
Per aggirare l’ostacolo, Yu fa ricorso a un sosia segreto, Zhou (anch’egli interpretato da Deng Chao), noto solo a sua moglie, Madam Xiao Ai (Sun Li). Nato plebeo, Zhou ha vissuto sempre all’ombra dei potenti e, pur avendo assunto il ruolo di braccio destro del re (Kai Zheng), resta solo un prestanome sacrificabile del vero generale. Il percorso di Zhou dovrà districarsi tra gli intrighi di palazzo, con l’ombra bellica sempre più ingombrante e imminente.
I mille volti wuxia di Zhang Yimou

Insieme al collega Chen Kaige, Zhang Yimou è tra i registi cinesi più noti in Occidente. Il suo nome, affermatosi negli anni Novanta, si è legato a opere dal forte connotato sociale, come Lanterne rosse, La storia di Qiu Ju – che gli valse il Leone d’Oro a Venezia – e Non uno di meno. In Hero (2002), allora la produzione più costosa della storia del cinema cinese, Zhang si confrontò con il wuxiapian, intrecciando tre piani temporali differenti (si comprende così l’endorsement di Quentin Tarantino che contribuì alla sua distribuzione in Occidente) e un’atmosfera di grandiosità ostentata fino all’eccesso.
Successivamente arrivò La foresta dei pugnali volanti, un menage-à-trois ambientato sullo sfondo di una guerra di ribellione contro l’impero che, a differenza del più ampio disegno politico di Hero, si concentrava sulle scelte individuali. Con questo film, l’aderenza al genere fu totale: Zhang ambientò persino alcune sequenze chiave in una foresta di bambù, vero e proprio topos dell’epos cinese.
Dei tre wuxia con cui Zhang Yimou inaugurò il nuovo millennio, La città proibita è senz’altro il più debole, a causa di un finale affrettato che ne riduce il pathos. Nonostante ciò, l’opera resta potente nei risvolti narrativi, sontuosa negli spazi e persino operistica nei toni da tragedia. Le acrobazie spettacolari sono circoscritte a poche sequenze isolate e mantengono un contatto con la terra, senza ricorrere eccessivamente al digitale. Lo sguardo del regista si riavvicina a quello di Lanterne rosse, privilegiando l’intimismo, la tensione familiare e l’odio latente che prepara il terreno alla violenza.
Lo yin-yang e la danza marziale

Shadow (2018), wuxia che segna il ritorno di Zhang Yimou al genere dopo un decennio, funge da antitesi del precedente trittico: un esercizio di sottrazione visiva e concettuale. Se nei titoli precedenti il fil rouge era l’uso di colori radiosi, simbolici e aggressivi, qui Zhang li elimina quasi del tutto. Insieme al direttore della fotografia Xiaoding Zhao, costruisce un mondo pieno di simmetrie, in bianco, nero e grigio, ispirato alle antiche pitture a inchiostro cinesi. Non vi sono desaturazioni digitali: la palette cromatica di costumi e scenografie privilegia le sfumature di bianco e nero, che contrastano con il rosso vivo del sangue e l’incarnato dei volti.
Su questa peculiare base visiva, monocromatica e inzuppata d’acqua – la battaglia per Jingzhou, con lance e ombrelli di metallo che si incrociano sotto una pioggia torrenziale simile ad argento liquido, è storia del cinema pura – si sviluppa un meccanismo di specchi in cui la distinzione tra realtà e menzogna, maschile e femminile, luce e oscurità, vendetta e compassione, potere e illusione si assottiglia man mano che la narrazione procede. Il simbolismo dello yin e dello yang pervade il racconto, dall’uso rituale dell’’I Ching’ al motivo dell’acqua, elemento femminile e mutevole che attraversa ogni scena. Le arti marziali, coreografate dal veterano Huen Chiu Ku e da Dee Dee, si trasfigurano in calligrafica armonia, come se il gesto violento fosse in realtà pennellata aggraziata.
All’ombra della tragedia

Oltre alla perfezione estetica, astratta e ipnotica, Shadow propone una narrazione che richiama il kammerspiel e la tragedia scespiriana. Le rievocazioni teatrali – i sosia di kurosawiana memoria, i tradimenti, le lotte per il potere – valorizzano attese, respiro e sguardi che scandagliano lo spazio scenico alla ricerca di adulterio o complotto, in un estremo tentativo di aggrapparsi alla vita nel pieno dei tumulti della Storia. Come in una grande tragedia classica, l’inevitabilità del destino muove ogni gesto mentre la catarsi, anziché esplodere, resta sospesa nell’ultimo frame, lasciando personaggi e spettatore in un limbo di malinconia e stupore.
Anche senza un cast dal grande appeal internazionale, la recitazione mantiene standard rigorosi. Deng Chao è intenso e a suo agio nel suo doppio ruolo complementare, mentre Sun Li arricchisce la galleria di donne sfaccettate del cinema di Zhang, un ponte tra la freddezza strategica e l’impulso emozionale.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
