Un film che parla di sogni, ma soprattutto del cinema stesso: Resurrection è un’esperienza visiva che attraversa epoche e stili, centrando il capolavoro.

La trama

In un futuro in cui l’umanità ha rinunciato ai sogni, una donna (Shu Qi) è sulle tracce del Delirans (Jackson Yee), un mostro dall’aspetto vampiresco e unica creatura ancora in grado di sognare. Quando la donna lo trova nascosto in una fumeria d’oppio, scopre che nella schiena del Delirans è incastonato un proiettore cinematografico. Inserendo una pellicola, ciò che si attiva non è solo un dispositivo, ma un intero universo di immagini. Il film, letteralmente, comincia da lì.
Ti potrebbe interessare 10 film da vedere durante il Capodanno cinese.
Seguono sei segmenti, ciascuno associato a uno dei sensi riconosciuti nel pensiero buddhista (vista, udito, olfatto, gusto, tatto e mente), che attraversano un secolo di storia cinese e, parallelamente, un secolo di storia del cinema. Il Delirans si reincarna ogni volta in un’identità diversa: Qiu, giovane complice di un musicista braccato dalle autorità in una città bombardata; un ex monaco alle prese con lo Spirito dell’Amarezza in un monastero abbandonato; Jia, un truffatore che sfrutta il talento di una bambina orfana per truffare un boss della criminalità; Apollo, un giovane teppista che si innamora della vampira Tai Zhaomei (Li Gengxi) nella notte di Capodanno del 1999.
Quel sogno chiamato Settima Arte

Con appena tre lungometraggi (tra cui l’acclamato Un lungo viaggio nella notte), Bi Gan si è imposto tra le più riconoscibili voci del nuovo cinema cinese, fondando il proprio stile su una concezione fluida del tempo e su un uso immersivo del piano-sequenza. Nei suoi lavori precedenti, il sogno si insinuava nella narrazione fino a dissolverne i confini. Con Resurrection, ci si spinge ancora oltre nella ricerca. Qui non è più una storia a essere contaminata dal sogno: sono i tocchi onirici stessi a innervare la struttura portante. Il risultato è un omaggio radicale alla storia del cinema (cinese ma non solo), che abbraccia stratificazioni, rimandi e metamorfosi continue, a discapito di una più tradizionale linearità narrativa.
Annunciato nel 2021, Resurrection ha attraversato numerose riscritture ed è stato girato in più fasi tra il 2024 e il 2025, in location molto diverse tra loro, da Chongqing a Copenaghen. Il suo arrivo al Festival di Cannes è avvenuto quasi all’ultimo momento, con un montaggio completato pochi giorni prima della première e destinato a subire ulteriori modifiche nella versione definitiva. Un percorso produttivo che sembra rispecchiare la natura fluida, complessa e in continuo divenire dell’opera.
Le mille forme del mezzo cinema

La struttura in sei segmenti di Resurrection consente a Bi Gan di esplorare diverse forme possibili del linguaggio cinematografico. Ogni episodio adotta un’estetica specifica: si passa così da immagini in 16 fps che richiamano il cinema muto e le deformazioni espressioniste, ad atmosfere che evocano il noir degli anni Quaranta, fino a intere scene costruite attorno a lunghi piani-sequenza tra vicoli, neon digitali o edifici abbandonati – durante i quali il tempo si dilata all’infinito e la DJI Ronin 4D del direttore della fotografia Dong Jingsong può sperimentare qualunque movimento di macchina immaginabile. È il Cinema che si reincarna dall’interno, capitolo dopo capitolo, come un organismo che si ricorda di sé stesso attraverso le sue mille forme diverse, orientato verso ogni possibile direzione artistica.
Fin dalle sue origini, il cinema è stato accompagnato da periodiche profezie sulla sua fine. L’arrivo del sonoro, la diffusione della televisione, l’esplosione dello streaming: ogni trasformazione tecnologica o cambiameento delle abitudini di fruizione ha portato con sé il timore di una scomparsa incombente. Eppure il cinema è sempre risorto dai propri periodi di crisi, non congelato ma mutevole, irrequieto, capace di reinventarsi in modi che nessuna previsione può anticipare. In questo senso, l’opera di Bi Gan è il più eloquente antidoto che il Cinema abbia dato per sanare questi timori.
Fragilità e permanenza delle immagini

Va da sé che portare sulle spalle un film del genere richieda un cast all’altezza: Jackson Yee riesce a distinguere ogni incarnazione del Delirans per fisicità, cadenza, postura; Shu Qi, dopo Millennium Mambo e The Assassin di Hou Hsiao-hsien, si riconferma affidabile quando si tratta di figure sospese tra presente e memoria, e aggiunge uno strato di risonanza citazionista che il film calcola con esattezza – vedi il personaggio di Li Gengxi, che si chiama Tai Zhaomei in omaggio a una cantante taiwanese molto amata dal regista.
Ti potrebbe interessare Millennium Mambo, la recensione del film di Hou Hsiao-hsien.
E poi c’è quell’immagine finale, tra silhouette luminose e cera fusa, a restituire al meglio l’idea della proiezione cinematografica come un rito al tempo stesso fragile ed eterno. La sala, suggerisce Bi Gan, potrebbe anche scomparire o trasformare i propri connotati, proprio come una candela che si consuma. Ma ciò che conta è l’atto di creare immagini e quello di abbandonarsi a esse. Finché questo scambio esisterà, il Cinema non potrà dirsi davvero morto.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
