Prima di Frieren – Oltre la fine del viaggio, esisteva già un fantasy capace di raccontare – anche se indirettamente – il tempo, la distanza emotiva e ciò che resta dopo la fine di un viaggio. Non nello stesso modo e non con la stessa consapevolezza, ma abbastanza da lasciare un’impronta e un titolo negli annali degli anime: Record of Lodoss War.

Alle origini del genere: quando il fantasy era leggenda

A inizio anni ‘90, Record of Lodoss War definiva l’immaginario fantasy degli anime: un worldbuilding basato su archetipi chiari e ispirati ai gioco di ruolo come Dungeons & Dragons e alla tradizione tolkieniana, gruppi di avventurieri, guerre tra bene e male, magie antiche e imprese eroiche.
Il racconto era tutto rivolto al presente dell’azione e la leggenda non veniva ricordata. Semplicemente, stava accadendo davanti agli occhi dello spettatore, poiché non c’era ancora spazio per una malinconia consapevole ma solo per l’epica, il conflitto e la costruzione del mito nel suo momento più vivo.
Il dettaglio invisibile: gli elfi e il tempo

Eppure, all’interno di questo schema esisteva già un elemento capace di cambiare la prospettiva narrativa: gli elfi. Personaggi come Deedlit incarnavano una diversa percezione del tempo: vite lunghissime, relazioni inevitabilmente destinate a finire e uno sguardo più distante sul mondo umano. Ma questa peculiarità rimaneva implicita in quanto non era ancora il centro della narrazione, bensì una possibilità tematica non ancora esplorata fino in fondo.
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Una crepa silenziosa nel racconto epico, dunque, attraverso cui si intravedeva già una riflessione più malinconica e stratificata. Ed è proprio in queste dinamiche, soprattutto nelle fasi più mature del racconto, che emerge una prima forma di malinconia legata alla consapevolezza che ogni legame, per quanto intenso, è destinato a cambiare o a finire.
La svolta moderna: quando il viaggio finisce

A tal proposito, Frieren – Oltre la fine del viaggio prende proprio quell’intuizione e la porta alle estreme conseguenze. La storia inizia dove il fantasy classico finiva, ovvero dopo la sconfitta del male che sanciva la fine dell’avventura e l’inizio della gloria. Così, il viaggio non è più un’impresa da compiere, ma qualcosa da comprendere a posteriori. Con tale scarto, il tempo diventa il vero protagonista: trasforma i ricordi, ridefinisce i legami e dà peso anche ai momenti più piccoli.
Ogni episodio diventa, in tal modo, una riflessione su ciò che è stato vissuto e su quanto poco – e spesso – lo si comprenda mentre accade. Una sensibilità che iniziava già ad affiorare, in modo meno consapevole, nelle fasi finali di Record of Lodoss War.
Ciò che resta: dalla leggenda alla memoria

Se Record of Lodoss War rappresenta il fantasy mentre costruisce il mito, Frieren racconta ciò che resta quando quel mito è già finito. Due approcci opposti, sì, ma profondamente legati. Perché, a distanza di decenni, la domanda è cambiata da “Come si diventa eroi?” a “Cosa significa ricordarlo, quando tutto è passato?”.
Eppure, proprio nelle sue battute finali, anche Record of Lodoss War lascia intravedere qualcosa di diverso: una malinconia ancora trattenuta, che anticipa una riflessione più profonda sul tempo e sulla memoria. E forse, è proprio qui che il fantasy contemporaneo trova la sua forma più matura: non nell’impresa, ma nella consapevolezza. Non nel viaggio, ma nel modo in cui scegliamo di conservarlo dentro di noi.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
