A cinquant’anni dall’uscita, dal 12 al 14 gennaio torna nelle sale cinematografiche (restaurato in 4k) Qualcuno volò sul nido del cuculo, il capolavoro di Miloš Forman vincitore di cinque premi Oscar e con un Jack Nicholson in stato di grazia.

La trama

Stati Uniti, 1963. Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson), condannato per aver consumato un rapporto sessuale con una minorenne, è internato nell’ospedale psichiatrico di Salem per evitare i lavori forzati. Paziente della struttura affinché si possa accertare la totale assenza di disturbi psichiatrici e, così, tornare in carcere per scontare il resto della pena, McMurphy si scontra fin dall’inizio con l’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher).
Motivo, questo, che spinge McMurphy a comportamenti che vanno contro le regole dell’istituto e che, lentamente, iniziano a coinvolgere gli altri degenti in un crescendo di ribellione e dimostrazione di insofferenza contro Ratched e l’intero reparto che li ospita.
La libertà individuale contro il potere istituzionale

Adattamento dell’omonimo romanzo di Ken Kesey il quale, in prima persona, ha vissuto l’esperienza di volontario all’interno del Veterans Administration Hospital di Palo Alto, cinquant’anni dopo Qualcuno volò sul nido del cuculo rimane uno di quei film portanti dell’intera storia del cinema nonché il primo titolo ad aver trattato una tematica piuttosto delicata. Diretta da Miloš Forman con piglio quasi documentaristico, fin dalle prime battute l’opera pone all’attenzione dello spettatore non il conflitto tra sani e malati, bensì quello tra individuo e sistema.
Il manicomio diventa, così, una miniatura della società disciplinare: regole da rispettare, routine da adempiere e punizioni ‘terapeutiche’ da scontare. In questo contesto, l’ingresso di McMurphy nell’ospedale non rispecchia quello dell’eroe classico di proppiana ma – diversamente – quello di un corpo estraneo che mette in crisi l’equilibrio artificiale e forzato dell’istituzione. In tal modo, Forman mostra il potere non come violenza esplicita, prediligendo mettere sotto la luce il controllo quotidiano, la normalizzazione e il consenso forzato.
McMurphy: ribelle o illusione di libertà?

McMurphy incarna un’idea di libertà rumorosa, istintiva e spesso egoista e, vedendo le sue azioni, Qualcuno volò sul nido del cuculo alimenta un interrogativo: egli è davvero un liberatore oppure un semplice catalizzatore? Ne consegue, in maniera del tutto fisiologica, chiedersi se la sua ribellione sia sostenibile o se sia destinata, fin dall’inizio, a essere assorbita o distrutta dal sistema. Non a caso, la sua sconfitta finale può essere letta e interpretata non come misero fallimento individuale, ma come denuncia di un meccanismo che non tollera deviazioni di rotta.
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Infatti, il contraltare di McMurphy è incarnato dall’infermiera e responsabile del reparto Mildred Ratched, la quale rappresenta il volto ‘razionale’ dell’oppressione. Louise Fletcher si presta a una delle più grandi antagoniste del cinema proprio perché non alza mai la voce. La sua autorità è fredda, burocratica e solo apparentemente benevola. Ed è così che Miloš Forman ribalta l’idea di cura: ciò che dovrebbe guarire diventa, in realtà, mero strumento di dominio. Ratched non è un mostro ma una funzionaria perfetta del sistema, ed è questo a renderla una presenza inquietante e alquanto minacciosa sia per i pazienti sia per McMurphy stesso.
Follia, normalità e identità

Dialogicamente, Qualcuno volò sul nido del cuculò mette continuamente in discussione, in maniera cristallina, cosa significhi essere ‘malati’. Molti pazienti sono lì perché incapaci di adattarsi a un mondo esterno altrettanto violento e alienante. Di conseguenza, la follia assurge a essere una costruzione sociale mentre il manicomio rappresenta uno spazio – per certi versi, liminale – in cui la diversità viene neutralizzata invece che compresa.
In tutto questo, la regia di Forman è asciutta, quasi invisibile, decisamente minimale e socio-antropologica ma profondamente politica. Avvalorati dalle incredibili interpretazioni di Nicholson, Fletcher ma anche di Will Sampson, Danny DeVito, Christopher Lloyd e Brad Dourif (qui tutti o quasi interpreti emergenti), l’uso degli spazi chiusi, delle inquadrature corali e del tempo dilatato delle riunioni terapeutiche rafforza il senso di claustrofobia e di sbarramento verso il mondo esterno.
Quello di Miloš Forman è palesemente uno sguardo da outsider: reduce dall’esperienza del regime cecoslovacco il regista, qui, legge l’istituzione americana con una lucidità che va oltre il contesto psichiatrico. Tuttavia, il gesto finale del Capo Bromden apre a una lettura meno nichilista: la libertà non vince, ma si trasmette. McMurphy perde, ma lascia un’eredità simbolica.
Qualcuno volò sul nido del cuculo, cinquant’anni dopo, rimane ancora un caposaldo iconico dal finale sì amaro, ma non del tutto disperato e che invita a riflettere sul costo della ribellione e sul suo valore anche quando non produce una vittoria immediata. Una gemma rara da ri(scoprire) e ri(vivere) nel buio della sala cinematografica.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
