Sei anni prima di Neon Genesis Evangelion, Hideaki Anno gettava le basi per la futura decostruzione del genere mecha. Punta al top! – GunBuster, opera prima del regista, è un gioiello di alta caratura dell’animazione, capace di commuovere nel profondo e contenente quella che sarebbe diventata la sua futura poetica visiva. Tra space opera, dramma, robot iconici, introspezione e battaglie spaziali, rimane un punto fermo nella storia degli anime.

Tra space opera e mecha, un antesignano di fine anni ’80

Nel 1989 Hideaki Anno, Toshio Okada e studio Gainax davano vita a Punta al top! – GunBuster, OAV composto da 6 episodi che può essere considerato, a pieno titolo, un proto-mecha introspettivo. L’opera, infatti, anticipa alcune delle tensioni psicologiche e tematiche che poi esploderanno nel successivo Neon Genesis Evangelion in un crescendo di space opera ed epicità frammista al dramma, gettando le basi ispirazionali per titoli successivi (come Gurren Lagann) e introducendo uno dei più noti marchi di fabbrica (e di fan service) del compianto studio: il Gainax bounce.
L’opera prima di Hideaki Anno è un mix di genere, dunque, che dietro l’apparente leggerezza iniziale e la storia classicheggiante (umanità contro specie aliena proveniente dallo spazio più profondo), nasconde un animo insospettabilmente maturo, un assaggio – seppur acerbo sotto alcuni aspetti – di quella che sarebbe diventata la decostruzione del genere mecha nel 1995 con Neon Genesis Evangelion.
Prima di Evangelion: la figura del pilota come dramatis personae

GunBuster rappresenta una fase germinale dell’approccio introspettivo al mecha negli anime, in cui il conflitto interiore coesiste ancora con le strutture eroiche del genere, anticipando ma non ancora radicalizzando la crisi identitaria che diventerà centrale in Neon Genesis Evangelion. Ciò nonostante, non lo fa nello stesso modo né con la stessa intensità poiché, la centralità dell’esperienza emotiva dei piloti adolescenti delle machine e del GunBuster (Noriko Takaya non è un’eroina d’acciaio bensì fragile, insicura e schiacciata dall’eredità paterna proprio come Shinji Ikari, mentre Kazumi Amano e Jung Freud sono, rispettivamente, i prodromi della ricerca di senso di Rei Ayanami e la sfrontatezza che nasconde la fragilità di Asuka Sōryū Langley), è più virata verso le aspettative personali.
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In GunBuster non vi sono conflitti di alcun tipo verso le figure genitoriali. Al contrario, rispetto all’abbandono subito da Asuka e Shinji nonché la necessità, per entrambi, di essere visti e lodati cosicché da esistere, si avverte il peso della mancanza di tali punti di riferimento, strappati troppo presto e ingiustamente all’affetto dei figli, e la volontà di seguire le stesse orme, anche se costa non poca fatica e sofferenza. In tal senso, GunBuster può essere considerato come la messa in immagini del dolore dovuto alla separazione fisica, mentre Evangelion quella della separazione psicologica e dialogica.
Il trauma e la perdita come motore narrativo

Trauma e perdita sono due leitmotiv che accompagnano la storia di GunBuster, seppur in tono minore. Come la Second e il Third Children di Evangelion orfani di madre, Noriko ha perso suo padre, un alto ufficiale che, durante una delle battaglie contro gli invasori alieni, ha sacrificato la propria vita per salvare i suoi commilitoni. Il propulsore della narrazione di GunBuster, sta proprio in questo: accettare l’eredità genitoriale non per farsi carico di responsabilità ma, al contrario, per dimostrare di essere capaci di raggiungere le stesse vette. Il rapporto con la figura paterna, che da qui in poi diventerà ‘ossessivo’ per Hideaki Anno, come già affermato in GunBuster non è conflittuale ma motivazionale, così come succede con Kouichiro ‘Coach’ Ohta, sorta di padre putativo per Noriko.
Difatti la pilota, sprovvista di qualsiasi appiglio concreto se non quello del ricordo, trova nel Coach una parvenza di figura genitoriale, un mentore capace di spiegarle l’importanza degli errori e, di pari passo, come incanalare la giusta volontà affinché questi non si ripetino. Anche qui, si assiste a una crescita personale di certo non sprovvista di cedimenti anzi, al pari di Shinji Ikari, anche Noriko dimostra una certa pavidità nell’accettare un incarico molto più grande di sé.
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Tuttavia, la differenza sostanziale tra GunBuster ed Evangelion sta nella visione e gestione della paura: se con il pilota dell’Eva-01 questa emozione lo porta a fuggire di continuo dalle persone, dalle responsabilità e da se stesso in Noriko, la paura, funge da point break che la porta ad affrontare l’incognita dell’ignoto e la distanza della separazione che si trasmutano in puro coraggio. In GunBuster non si assiste a una frattura emotiva, semmai avviene il suo risanamento.
La solitudine esistenziale ai confini del tempo e dello spazio

Se in Evangelion la solitudine dei protagonisti è dettata dalle difficoltà relazionali e comunicative, quella di GunBuster, diversamente, è amplificata da un uso narrativo straordinario e decisamente realistico della dilatazione temporale. Infatti, l’aspetto scientifico posto in essere in GunBuster crea una visione accurata capace di trasmettere, frame dopo frame ed episodio dopo episodio, l’irreversibile scorrere del tempo che aumenta, da un lato, il pathos epico di un’impresa titanica e, dall’altro, il carico drammatico di tutti gli effetti che ne scaturiscono.
Il tempo che scorre nello spazio, in tal modo, diventa isolamento puro e scientifico, conseguenza della missione per salvaguardare la specie umana. Dunque, non si tratta di una distanza psicologica utilizzata come difesa, bensì realmente fisica e temporale che porta a sacrificare non solo le proprie esistenze lontane dalla terra, da quel pianeta blu chiamato casa ma anche – e soprattutto – gli affetti più cari e, con essi, la possibilità di vivere l’adolescenza per quella che dovrebbe essere: un’età di spensieratezza che funge da tramite verso il mondo degli adulti (e delle responsabilità).
Il sacrificio non è la fine ma un nuovo inizio

Seppur coevo – per certi versi – a quello presente in Evangelion e nell’altra opera cardine di anno, ossia Nadia – Il mistero della pietra azzurra, il tema del sacrificio, qui, è utilizzato in maniera polivalente: lontano dai toni apocalittici di Evangelion, ma non per questo meno drammatico. Permeato da lutto e separazione come in Nadia, tuttavia capace di aprire alla speranza. In GunBuster, il sacrificio non è la fine, ma un nuovo inizio.
E il potente finale, vera e propria lectio registica e visiva che fonde note musicali toccanti, uso del bianco e nero e un’esplosione di colore negli ultimi secondi e che contiene, in nuce, tutta la poetica visiva che verrà di Hideaki Anno, ne è la dimostrazione: dolore, perdita e ritorno gettano la luce su un nuovo domani, dinanzi al quale è impossibile non commuoversi.
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Nonostante resti ancorato a una struttura più classicamente eroica, catartica, risolutiva e meno disposta a ‘rompere’ lo spettatore diversamente da Evangelion che ha persino decostruito il genere mecha, l’opera non è invecchiata affatto anzi, rimane un punto fermo nella storia degli anime. Pertanto, si può affermare come GunBuster sia il laboratorio emotivo e tematico di Hideaki Anno senza il quale, oggi, non esisterebbero gli altri, successivi capolavori del regista.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
