Da quasi trent’anni, Principessa Mononoke è una tappa obbligata per tutti i fan dell’animazione giapponese. Un’opera densa e complessa, che ha consacrato la fama internazionale di un grande regista quale è Hayao Miyazaki. Ne abbiamo scritto in occasione del suo ritorno in sala per Lucky Red, dal 4 al 10 giugno.

La trama

In un Giappone immaginario ispirato all’era Muromachi (1336-1573), la natura sta arretrando davanti all’avanzata dell’uomo. La prima immagine del film è di contaminazione e dolore, con la violenza che, come una malattia, si propaga da un corpo all’altro, da una specie all’altra, fino a inquinare il mondo intero. Un cinghiale divino posseduto dal demone dell’odio emerge dalla foresta e inizia a seminare il terrore in un villaggio Emishi. Il giovane principe Ashitaka sopravvive all’attacco e riesce a sconfiggere la bestia, ma nello scontro viene infettato dal rancore dello spirito-cinghiale, che si manifesterà come una piaga che, a poco a poco, colpirà tutto il suo corpo.
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Costretto a lasciare il villaggio per trovare una cura al suo morbo, Ashitaka parte verso l’ovest per poi ritrovarsi ago della bilancia di una guerra tra gli antichi dèi dei boschi, la Città del Ferro e San, una misteriosa ragazza cresciuta dai lupi.
Il fantastico che racconta il reale

L’uscita in sala nel 1997 di Principessa Mononoke, il capolavoro epico di Hayao Miyazaki, rilanciò la vivace, inossidabile polemica su quanto l’animazione possa essere considerata Cinema in piena regola o una forma d’arte a sé stante. Per un regista la cui carriera si era consolidata con la dolcezza agreste di Il mio vicino Totoro, il ritorno alle atmosfere apocalittiche di Nausicaä della Valle del Vento (se possibile rese ancor più crude e oscure) fu la scelta più coraggiosa che si potesse fare. A quasi trent’anni dalla realizzazione, Principessa Mononoke continua a impressionare per la sua capacità di coniugare spettacolo e riflessione, mitologia e politica, avventura e tragedia. È un film che parla di ecologia senza trasformarsi in pamphlet, che affonda nei lati oscuri del progresso senza demonizzarlo in modo dogmatico e che osserva la natura come qualcosa di infinitamente più complesso di un semplice spazio da preservare.
All’interno della filmografia di Miyazaki rappresenta probabilmente il punto di massima tensione tra le sue ossessioni artistiche. L’amore per il mondo naturale, il rispetto per personaggi femminili forti e contraddittori, la convinzione che il fantastico possa raccontare il reale meglio dello stesso realismo: tutto converge con una forza cinematografica rara.
Le mani sporche del progresso

Le immagini di Principessa Mononoke, i suoi character design, gli sfondi dettagliati raggiungono vertici di perfezione stilistica raramente eguagliata. Uomini e animali si muovono con una naturalezza che rende credibile ogni elemento in scena. Va detto, però, che Miyazaki non ammorbidisce la visione, e la disillusione di un regista toccato in profondità dagli orrori della guerra nell’ex Jugoslavia non potrebbe essere più manifesta. Le fornaci divorano i boschi, le pallottole delle armi da fuoco (simbolo della civiltà industriale) penetrano i corpi e li corrompono dall’interno. E poi fosse comuni, sangue versato a fiumi, uomini incrinati nella psiche, creature avvelenate dalla collera. La convivenza tra esseri umani e mondo naturale è ormai compromessa.
La vera forza di Principessa Mononoke è il rifiuto di qualsiasi lettura semplificata della realtà, presentando interazioni tra umani e con l’ambiente circostante complesse e contradditorie. La Città del Ferro guidata da Lady Eboshi potrebbe apparire il volto della distruzione smodata: eppure Eboshi offre rifugio agli emarginati dalla società e costruisce una comunità fondata su lavoro e autodeterminazione (la sua colpa, casomai, nasce dalla convinzione che il progresso giustifichi ogni sacrificio). Anche San, la principessa del titolo, sfugge a qualsiasi definizione rassicurante: difende la foresta con una dedizione assoluta, ma la sua rabbia è talmente selvaggia da trasfigurare spesso in miope pulsione distruttiva.
Un’epica senza innocenti

Tra queste due figure si muove Ashitaka, che tenta invece di ristabilire l’equilibrio in entrambe le fazioni, di comprendere quanto la vendetta sia avidità egoistica e alimenti solo un ciclo di violenza infinito. La sua odissea nel cuore della Natura, lo pone di fronte a presenze misteriose che appartengono contemporaneamente al regno animale e al sacro. Il Dio della Foresta incarna perfettamente questa ambiguità. La sua esistenza sfugge alle logiche umane: è una forza creatrice e distruttrice, una presenza che genera vita e custodisce la morte nello stesso gesto. Miyazaki lo rappresenta con immagini che conservano ancora oggi una potenza quasi ipnotica, trasformando ogni sua apparizione in un incontro con qualcosa di non categorizzabile.
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Se gli esseri umani sono egoisti, il mondo funziona come un ecosistema perfettamente integrato. Il progresso tecnologico in Principessa Mononoke può essere letto in chiave critica dell’era nucleare in cui viviamo, contro il nostro mondo in guerra. Uno dei grandi capolavori del cinema, senza bisogno di ulteriori precisazioni.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
