Tra romanticismo distorto, violenza poetica e fatalismo urbano, Patrick Yau ha raccontato l’anima smarrita della città-stato di Hong Kong all’indomani dell’handover cinese. In occasione del sessantunesimo compleanno del regista, abbiamo ripercorso il trittico di noir che ne ha consolidato il nome tra gli appassionati di cinema asiatico.

Chi è Patrick Yau
Negli ultimi cinquant’anni, l’ex colonia britannica di Hong Kong ha occupato un posto speciale nel cuore degli appassionati di cinema asiatico, grazie a una scena creativa tra le più vivaci e innovative del Continente. Con la restituzione alla Cina nel 1997, la città è stata costretta a ridefinire la propria identità culturale e politica, attraversando un periodo di incertezza e fermento. Mentre alcuni maestri storici (John Woo, Tsui Hark, Ringo Lam) cercavano nuove strade in Occidente, una generazione di giovani autori colse quel momento di transizione per dar vita a una rigogliosa rinascita del cinema di genere. Tra queste nuove leve spicca il nome, appunto, di Patrick Yau Tat-Chi.
Classe 1964, Yau muove i primi passi nell’industria dell’intrattenimento nei primi anni Novanta, come produttore televisivo presso l’emittente TVB. Poco dopo abbandona il piccolo schermo per entrare nella Milkyway Image di Johnnie To e Wai Ka-fai, dove lavora come assistente alla regia per il thriller sui vigili del fuoco Lifeline (1997). Quando To darà a Yau finalmente l’occasione di avviare una carriera da regista solista, ciò che ne verrà fuori sarà un trittico di noir paradigmatici di quel momento storico, espressione di nervose e disilluse contaminazioni con il melò più disperato. Un sodalizio breve, ma artisticamente fecondo.
The Odd One Dies (兩個只能活一個, 1997)

The Odd One Dies, esordio di Yau, racchiude in sé tutti i caratteri di un’estetica instabile, magnetica. Il film nasce dalla collaborazione strettissima tra Yau, lo sceneggiatore Wai Ka-fai e Johnnie To – produttore e, secondo le voci, anche co-regista. I neon saturi che sfregiano le inquadrature notturne, gli obliqui dutsch angle, il nervosismo della macchina a mano e la presenza di Takeshi Kaneshiro come protagonista rivelano il debito di Yau al Wong Kar-wai di Fallen Angels. Nella sua spirale di violenza e romanticismo, The Odd One Dies racconta con stile caleidoscopico la relazione contorta tra un sicario da mezza tacca (Kaneshiro) e una giovane stralunata (Carman Lee) a cui affiderà l’omicidio di un gangster thailandese.
Attraversato da un’ironia nera che trova pure il tempo di lanciare qualche freccia avvelenata alle tensioni interetniche tra Mainland e Hong Kong, è un film che comunica il disorientamento dell’hand-over attraverso il movimento di corpi in preda a una frenetica inquietudine. Merito anche della coppia protagonista, perfettamente sintonizzata sul registro imprevedibile e torbido dell’operazione.
The Longest Nite (暗花, 1998)

Con The Longest Nite, Patrick Yau firma uno dei noir più oscuri e cruenti di sempre. In una Macao torrida e notturna, il poliziotto corrotto Sam (Tony Leung Chiu-wai) fa da mediatore ambiguo tra due boss della Triade intenzionati a spodestare i vecchi padroni della città. Il già precario equilibrio viene sconvolto dall’agente del caos Tony (Sean Lau Ching Wan), un pericoloso psicopatico il cui agire imperscrutabile innescherà un crescendo di sospetto, tradimento e vendetta. Frenetico, grondante sangue e vomito, intricato, il film ricama per un’ora e mezza una sceneggiatura complessa nei suoi continui capovolgimenti di fronte. La malvagità dei due protagonisti – inquieta non poco vedere quel grande attore che è Tony Leung, malinconico e innamorato protagonista di In The Mood for Love, in queste vesti crudeli e misogine – non lascia spazio a redenzione o empatia, andando invece a intersecarsi a un profilo urbano di Macao ormai anestetizzata dalla violenza.
Se The Odd One Dies era un film di coppia, The Longest Nite è un duello tra doppi. Il tema, tanto caro al noir hongkonghese da John Woo a Infernal Affairs, viene estetizzato da una regia che, nella sua serrata e convulsa nevrosi, non abbandona il gusto per l’attenta composizione dei corpi negli spazi scenici. L’esempio più lampante ci viene fornito dal duello finale tra gli specchi, in un tripudio di riflessi, vitrei frammenti, fiammate, pulviscolo, ombre e fasci di luce concentrata bladerunneriana degno di un’installazione video-artistica. O de La signora di Shanghai di Orson Welles.
Expect the Unexpected (非常突然, 1998)

Expect the Unexpected cambia registro e, dalla notte eterna, passa alla luce del giorno. Il racconto si immerge nella quotidianità di una squadra di poliziotti di Hong Kong, ponendo accento su rapporti d’amicizia e tribolazioni sentimentali. Non si faccia l’errore di considerarlo un controcampo più disteso e umano di The Longest Nite: il fatto che la narrazione flirti con la tenerezza di un romanticismo da soap opera e l’ironia della commedia fa sì che gli eccessi tipici dell’hard boiled asiatico – feroci sparatorie, bambini uccisi nelle lavatrici, accenni a rapimenti e sevizie – risultino ancor più disturbanti. Una tensione continua tra leggerezza e tragedia, culminante in un finale shock in cui il destino travolge l’idillio.
Il cast riunisce molti volti ricorrenti dell’universo Milkyway: il sempre presente Lam Suet, qui goffo rapinatore della Cina continentale che tenta invano di sfuggire alla miseria dandosi al crimine, e la magnetica Ruby Wong, attrice-modella dal portamento austero, perfetta per incarnare le tante figure femminili forti, spesso agenti di polizia, che popolano il cinema di Johnnie To (PTU). Ma il film appartiene soprattutto al posato Simon Yam e al più istintivo Sean Lau, affiatatissimi nel loro cameratismo persino commovente. Expect the Unexpected sembra un bilancio del cinema di Yau: fonde l’ironia amara di The Odd One Dies con il nichilismo di The Longest Nite, entrambi riflessi complementari di una Hong Kong in mutamento. Forse il vero capolavoro del regista.
Dopo Milkyway: il silenzio
Poco dopo, Patrick Yau viene licenziato in tronco dalla Milkyway Image. Negli anni successivi emergono le profonde divergenze creative tra lui e Johnnie To, che avrebbe in più occasioni rivendicato la paternità registica dei tre film realizzati sotto la sua supervisione. Da allora, Yau – nel frattempo tornato alle radici televisive – non ha più firmato opere di rilievo, venendo marginalizzato nella memoria storica di Milkyway. Un destino gramo per un cineasta che, seppur in modo frammentario, era riuscito a intercettare le ansie del periodo post-coloniale, al pari di ben più blasonati maestri cantonesi.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
