Arriva in sala per Lucky Red il nuovo film di Park Chan-wook, No Other Choice, lucidissima black comedy che offre una diagnosi del contemporaneo tecno-feudalesimo.

Una commedia nera sul determinismo economico

Una famiglia apparentemente senza problemi vede crollare ogni certezza quando il padre (Lee Byung-hun) viene licenziato dopo una carriera ultra-ventennale. Il tentativo di rientrare nel mercato del lavoro si rivela a tal punto estenuante e umiliante da condurlo, passo dopo passo, alla soluzione radicale: eliminare fisicamente i propri rivali. No Other Choice è l’ennesimo gioiello del regista sud-coreano Park Chan-wook, da alcuni già bollata come “minore” ma della solita chiarezza concettuale.
La rilettura del romanzo The Ax di Donald E. Westlake — che un altro maestro del cinema, Costa-Gavras, adattò nel suo stile con Cacciatore di teste (2005) — prende qui una direzione diversa: una commedia nerissima in cui il riso nasce dalla perfetta intelligibilità del contesto sociale messo in scena, e proprio per questo non offre alcun sollievo. Un riso nervoso, che obbliga lo spettatore a riconoscere la razionalità interna di azioni eticamente inaccettabili, senza che questo riconoscimento diventi assoluzione.
L’assenza di alternative

Il titolo (No Other Choice) ha già valore dichiaratamente strutturale: l’assenza di scelta è già di per sé una scelta. La sceneggiatura organizza il racconto secondo una progressione rigorosissima: licenziamento, umiliazione, competizione, eliminazione. Non emergono circonvallazioni etiche, né deviazioni capaci di incrinare il percorso. Park lavora su un determinismo economico in cui la violenza finisce per assumere la forma di una soluzione logica, dentro un sistema che ha già fatto dell’esclusione una norma.
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In questo quadro, il protagonista Yoo Man-su non è costruito come mostro né come vittima esemplare. È l’uomo medio sufficientemente competente da comprendere le regole del gioco e a sufficienza disperato da applicarle fino in fondo. L’interpretazione di Lee Byung-hun insiste sulle ambiguità attraverso micro-reazioni di insicurezza, zelo, auto-giustificazione che conferiscono sfaccettata continuità psicologica.
Il valore degli spazi e della carta

La “precisione visiva” di Park Chan-wook assume stavolta una declinazione più diagrammatica. Le inquadrature, strutturate come fossero mappe di forze, dispongono nello stesso quadro natura e infrastruttura senza integrarli in una sintesi armonica. L’essere umano non domina il paesaggio, lo attraversa seguendo traiettorie pre-stabilite. Questa logica si ripercuote anche sugli interni: uffici, fabbriche e spazi domestici vengono organizzati secondo una geometria che riduce i corpi a elementi intercambiabili. La fabbrica automatizzata anticipa un mondo che può fare a meno degli esseri umani, continuando però a esigerne il sacrificio; la casa di Man-su, simbolo di stabilità borghese, figura come il relitto di un privilegio destinato a dissolversi.
La centralità della carta — prodotto naturale trasformato in supporto per banconote o contratti — costruisce un cortocircuito in cui la natura alimenta il sistema che ne accelera la distruzione. Alberi, carta, denaro, lavoro e scarto umano entrano in continuità visiva e concettuale. Il protagonista non crea valore, lo redistribuisce eliminando concorrenti, replicando su scala individuale la logica selettiva del capitalismo avanzato.
Un regista attento alla coerenza poetica

Come è lecito aspettarsi dal regista di Oldboy, anche No Other Choice è un film che non lesina sulla violenza, in cui la messa in scena degli omicidi traspira un controllo tale da farli risultare quasi amministrativi, talvolta ellittici, e asciugati da qualsivoglia enfasi spettacolare (una sottrazione, questa, che genera ulteriore grottesco). In continuità con il cinema precedente, anche i personaggi femminili svolgono una funzione prevalentemente direzionale: introducono deviazioni, accelerazioni e sospensioni che incidono su un universo maschile paralizzato dall’ossessione per ruolo e prestazione.
L’uso della musica classica, di brani storicamente associati a ordine e tradizione si sovrappone a immagini di degrado sociale. L’effetto straniante che ne consegue si integra perfettamente al tessuto sociale rappresentato — da non sottovalutare, in tal senso, le tonalità rancide e verdastre della fotografia. Il film si articola, dunque, come brillante diagnosi del contemporaneo tecno-feudalesimo, in cui la prosperità di pochi si fonda sull’invisibilità dei molti, con l’ombra ingombrante dell’intelligenza artificiale ad accelerare un processo di mutazione aziendale radicale.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
