
Esattamente trent’anni fa in Giappone andava in onda il primo episodio di Neon Genesis Evangelion, un’opera spartiacque che segnava l’evoluzione del genere mecha e, di pari passo, una rivoluzione nell’animazione tutta. Unendo fantascienza, introspezione, psicologia e simbologia, la creatura di Hideaki Anno rimane, ancora oggi, un fermo punto di riferimento tanto per gli estimatori di vecchia data quanto per i neofiti.
4 ottobre 1995: la data in cui tutto cambiò

Il 4 ottobre 1995 i teleschermi giapponesi trasmettevano il primo episodio di quella che sarebbe diventata non solo una pietra miliare dell’animazione nipponica, ma un vero e proprio spartiacque culturale: Neon Genesis Evangelion. Trent’anni dopo, l’opera di Hideaki Anno continua a esercitare un’influenza pervasiva sull’immaginario collettivo, dimostrando come la sua portata innovativa non si sia limitata al semplice rinnovamento del genere mecha, ma abbia investito l’intera concezione di cosa possa essere un prodotto d’animazione destinato a un pubblico di massa.
Neon Genesis Evangelion ha osato quello che pochissimi, prima di allora, avevano tentato: utilizzare il linguaggio dell’animazione commerciale per veicolare contenuti di una complessità filosofica e psicologica senza precedenti, trasformando quello che sulla carta doveva essere l’ennesimo anime sui robot giganti in un’opera che dialoga con Freud, Jung, Schopenhauer e Kierkegaard. In questo senso, celebrare il trentesimo anniversario significa riconoscere come Anno abbia definitivamente scardinato le barriere tra cultura alta e cultura popolare, dimostrando che l’animazione giapponese poteva aspirare allo stesso livello di profondità del cinema d’autore o della letteratura modernista.
La decostruzione del genere mecha: quando i robot diventano creature divine

La rivoluzione operata da Evangelion si manifesta innanzitutto nella decostruzione radicale degli archetipi del genere mecha. Dove il pubblico si aspettava eroi impavidi alla guida di macchine invincibili, Anno ha presentato adolescenti traumatizzati costretti a pilotare creature organiche di origine divina, esseri ibridi che sfumano i confini tra tecnologia e biologia, tra umano e sovrumano. Gli Evangelion non sono semplici robot: sono contenitori di anime materne, protesi psichiche che amplificano tanto le capacità quanto le fragilità dei loro piloti.
Questa scelta narrativa ha permesso ad Anno di ribaltare completamente la dinamica del genere: non più la celebrazione acritica della potenza tecnologica e del coraggio giovanile, ma l’esplorazione spietata del costo psicologico che il combattimento impone su individui immaturi e già segnati dall’abbandono. Shinji Ikari, con la sua perenne riluttanza a salire a bordo dell’Eva-01, rappresenta l’antitesi del pilota tradizionale: un ragazzo che vorrebbe solo fuggire dalle responsabilità, incapace di gestire il peso emotivo che gli adulti hanno scaricato sulle sue spalle. In questa sovversione del mecha come genere di potere e trionfo, si cela una delle chiavi interpretative più potenti dell’intera serie.
Sperimentazione narrativa e coraggio formale: dalla serialità alla psicoterapia collettiva

L’aspetto forse più rivoluzionario di Neon Genesis Evangelion risiede, però, nella sua struttura narrativa bifasica, che vede una prima metà relativamente ortodossa nella sua alternanza di combattimenti e sviluppo dei personaggi, seguita da una seconda metà che abbandona progressivamente le convenzioni del racconto seriale per immergersi in territori sempre più sperimentali. A partire dall’episodio sedici, con Shinji intrappolato nel mare di Dirac di Leliel, l’anime inizia a privilegiare l’introspezione psicologica rispetto all’azione, fino a culminare negli episodi finali dove il montaggio frammentario, le immagini statiche e i lunghi monologi interiori sostituiscono completamente la narrazione tradizionale.
Questa scelta, figlia tanto delle ristrettezze economiche della produzione quanto della visione autoriale di Anno, ha rappresentato un atto di coraggio senza precedenti nella televisione commerciale giapponese. Il pubblico che si aspettava uno scontro finale epico si è ritrovato, invece, davanti a una seduta di psicoterapia collettiva, dove i personaggi si confrontano con le proprie insicurezze, paure e desideri in uno spazio mentale astratto. Infatti The End of Evangelion, uscito nel 1997 come risposta alle reazioni polarizzate del finale televisivo, ha poi offerto la contropartita viscerale e apocalittica di quella catarsi psicologica, completando il dittico con immagini di devastante potenza emotiva.
Per un’analisi approfondita di tutti gli aspetti filosofici, psicologici e simbolici di Neon Genesis Evangelion, ti invitiamo a leggere Evangelion: l’inizio e la fine – Interpretazione dell’opera di Hideaki Anno di Francesco Grano, disponibile nella collana Anime Revolution di Weird Book.
Filosofia, psicanalisi e simbolismo religioso: la stratificazione del senso

La complessità tematica di Evangelion si dipana attraverso una stratificazione di riferimenti che spaziano dalla psicanalisi freudiana al simbolismo religioso giudaico-cristiano, dalla filosofia esistenzialista al misticismo cabalistico. Il dilemma del porcospino di Schopenhauer diventa la metafora centrale dell’incomunicabilità umana che pervade l’intera opera. Gli AT Field non sono solo barriere fisiche che proteggono Angeli ed Evangelion, ma rappresentazioni tangibili delle difese psicologiche che ogni individuo erige tra sé e il prossimo.
Il Progetto per il perfezionamento dell’uomo, nella sua ambizione gnostica di superare i limiti della carne per raggiungere un’unità trascendentale, dialoga tanto con la speculazione religiosa quanto con la critica heideggeriana dell’alienazione moderna. Eppure, Anno non cede mai alla tentazione di trasformare Evangelion in un trattato filosofico mascherato: ogni riferimento, ogni simbolo è sempre al servizio dell’esplorazione emotiva dei personaggi.
La croce, simbolo che compare ripetutamente, non è lì per veicolare un messaggio teologico preciso, ma per creare un’atmosfera di sacralità ambigua, dove il divino e il mostruoso si confondono. In questo equilibrio precario tra profondità intellettuale e immediatezza emotiva, si trova il segreto della longevità culturale di Evangelion.
L’eredità di Evangelion: trent’anni dopo, una lezione ancora attuale

Trent’anni dopo la sua prima messa in onda, Neon Genesis Evangelion continua a essere un’opera necessaria, un punto di riferimento ineludibile per chiunque voglia comprendere non solo l’evoluzione dell’animazione giapponese, ma più in generale le possibilità espressive del medium animato. La sua influenza si estende ben oltre i confini del genere mecha o dell’anime stesso: da Attack on Titan a Serial Experiments Lain per arrivare a Devilman Crybaby (questi sono solo alcuni titoli poiché, la lista delle reference, è davvero lunga), intere generazioni di registi e autori hanno fatto i conti con l’eredità di Anno, cercando di replicarne la profondità psicologica, la complessità simbolica o la volontà di sfidare le aspettative del pubblico.
Ma Evangelion rimane inimitabile proprio perché nasce da un momento irripetibile: quello in cui un autore in crisi esistenziale ha scelto di riversare nelle immagini animate tutto il proprio dolore, tutte le proprie contraddizioni, senza filtri o compromessi. Il risultato è un’opera che parla direttamente all’inconscio dello spettatore, che tocca nervi scoperti e pone domande scomode sull’identità, sulla solitudine, sul desiderio di amore e sulla paura del rifiuto.
In un’epoca dove l’animazione tende sempre più alla standardizzazione dei linguaggi e alla replicazione di formule di successo, Evangelion ci ricorda che l’arte più potente nasce dal coraggio di essere vulnerabili, di esporre le proprie fratture senza vergogna. Trent’anni dopo, quella lezione continua a risuonare con forza immutata.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
