Tra i titoli più belli che il 27° Far East Film Festival di Udine abbia regalato. Opera seconda di Oliver Siu Kuen Chan dopo l’acclamata commedia Still Human (2018), Montages of a Modern Motherhood prosegue la lucida (e pudica) indagine antropologica che la regista fa della quotidianità familiare nel fermento moderno di Hong Kong.
Idee chiare fin dal titolo
Il titolo del film è un’esplicita dichiarazione d’intenti. Oliver Chan pone la sua lente d’ingrandimento sulla neo-mamma Suk-Jing (Hedwig Tam), di cui ci vengono raccontati i primi mesi di maternità attraverso un puzzle incessante di piccole vignette dedicate alla sua dolente vita quotidiana. Lavoratrice part-time in una panetteria, la donna si trova a fronteggiare lo spettro della depressione post-partum, la cagionevole salute della neonata, l’assenteismo emotivo del compagno Wai (Lo Chun-yip) e le rigorose visioni tradizionaliste della suocera Mei-fung (Janis Pang).
Hedwig Tam interpreta Jing con un misto di dolcezza, perseveranza e vulnerabilità, caratterizzandola come una donna disperatamente attaccata a un ruolo in bilico tra obbligo sociale e autentico istinto materno. La sua interpretazione ha giustamente riscosso il plauso della critica, e fornisce una radiografia della maternità tutt’altro che idealizzata, pregna di un sentimento d’amore sovrastato da continui sensi di colpa e d’inadeguatezza. Il volto sempre più stanco e sofferente di Jing apre una finestra su una realtà hongkonghese spesso trascurata, quella delle donne meno abbienti bloccate dalle difficoltà economiche e comunque costrette a soddisfare le aspettative sociali di famiglia e lavoro.
Una maternità a frammenti

Il montaggio spezzettato di Emily Leung rappresenta l’altro grande protagonista del film, e fornisce tattile concretezza al ritmo claudicante delle giornate di Jing, scandite dai continui pianti notturni della figlia. La frammentazione della struttura narrativa mette nella condizione di sperimentare l’esperienza filmica con la schiettezza e l’autenticità tipiche del documentarismo. La regia di Oliver Chan opta per uno stile formalmente asciutto, basato su macchina fissa e illuminazione naturale in spazi angusti. Una sottrazione visiva che finisce col rendere assordanti i suoni della routine materna, come quello ronzante e ripetitivo di una malfunzionante macchina per l’allattamento.
Sebbene l’ambientazione guardi alle istanze sociali di Hong Kong, Montages of a Modern Motherhood smuove interrogativi su labilità dei legami familiari e condizione del femminile che sono validi a ogni latitudine. La vera forza del film di Oliver Chan risiede, appunto, nella schiettezza con cui ci ricorda quanto un contesto avverso possa trasformare la maternità in un viaggio accidentato.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
