Per il venticinquesimo anniversario dall’uscita, Millennium Actress di Satoshi Kon arriva per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane dall’11 al 13 maggio 2026 in versione 4K grazie ad Anime Factory. Un gioiello d’animazione che intreccia biografia, memoria e finzione cinematografica con un touch estremamente originale, alimentando una costante riflessione tanto sulla macchina cinema quanto sullo scorrere del tempo.

La trama

Chiyoko Fujiwara, leggendaria attrice ormai ritiratasi, racconta la propria vita a Genya, documentarista seguito dal suo fido cameraman Kyōji. Ma il racconto di un’intera vita si rivela non lineare: passato, presente e scene dei film in cui Chiyoko ha recitato si fondono continuamente, creando una narrazione dove realtà e immaginazione diventano indistinguibili.
Ricordo dopo ricordo, infatti, non è tanto la carriera dell’attrice a occupare il flusso di coscienza davanti alla telecamera, quanto la sua ossessione amorosa: la ricerca di un uomo incontrato in gioventù, diventata il motore della sua intera esistenza, tant’è da essersi riflessa nei ruoli interpretati e trasformatasi – quasi – in una metafora del desiderio stesso, ancora più importante del suo compimento.
Il trait d’union tra il Kon dell’inizio e quello della fine

Perfettamente complementare a opere come Perfect Blue e Paprika per quanto concerne la visione del sogno a occhi aperti, Millennium Actress, rivisto oggi, è il trait d’union tra il Satoshi Kon dell’inizio e quello della – purtroppo prematura – fine. Nonostante sia meno disturbante di Perfect Blue e meno onirico di Paprika, forse il secondo lungometraggio del regista è il più emotivamente puro. Ibridando generi come il biopic a contesti storici reali, Millennium Actress non si limita a essere una semplicistica opera di intrattenimento, bensì un mare magnum di riflessioni nonostante la durata esigua del minutaggio.
Dal punto di vista prettamente tematico, si è davanti a una messa in immagini del tempo e della memoria come costruzioni soggettive, coadiuvate dalla macchina cinema utilizzata come strumento per riscrivere (o meglio, preservare) la vita. Ed è proprio nel racconto dell’esistenza di Chiyoko Fujiwara che traspare qualcosa di frammentato ma – contemporaneamente – performativo.
A emergere dalla narrazione, lentamente, è il sentimento di desiderio inteso come identità e non solo come motore atto a motivare. Quella dell’attrice protagonista non è semplicemente una ‘ricerca amorosa’ poiché, il desiderio, definisce Chiyoko stessa. Se l’essere umano che cerca è quasi irrilevante come individuo concreto, a tal punto da diventate quasi una figura astratta, un mero vettore di senso, Millennium Actress sembra quasi suggerire che non si è ciò che si ottiene, ma ciò che si continua a inseguire. Per questo, il desiderio diventa performativo: esiste perché viene continuamente riattivato.
Tra storia personale e collettiva, il cinema diventa la macchina dell’immortalità

Mediante i film interpretati da Chiyoko che prendono vita nei frame che compongono Millennium Actress, si attraversano le epoche della storia giapponese (come il periodo feudale, la modernizzazione, guerra e dopoguerra) non come ricostruzione storica ma come interiorizzazione della storia stessa. Questa, infatti, diventa scenografia della soggettività: il Giappone cambia ma il desiderio della donna resta immutato, creando una tensione tra mutamento esterno e fissità interiore.
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In questo senso, si è davanti a un vero e proprio esempio puro di metacinema storico, una macchina dell’immortalità che va sotto il nome di Settima arte. Ciò nonostante, nel secondo film di Satoshi Kon il cinema non si traduce solo in memoria, poiché assurge a dispositivo atto a sospendere la morte stessa. Chiyoko Fujiwara ‘vive’ contemporaneamente nella sua biografia, nei suoi ruoli e nel ricordo dello spettatore. Un triplice livello esistenziale che implica come l’identità non muoia mai per davvero, semmai si redistribuisce nei media che diventano supporto mnemonico di ciò che è stato. È una riflessione molto lucida sulla natura dell’immagine filmica: il cinema non conserva il passato ma lo riattiva ogni volta.
Si può affermare, dunque, come Satoshi Kon sia andato oltre il semplice ‘confine sfumato’. In Millennium Actress, il documentarista Genya e il cameraman Kyōji entrano nei ricordi di Chiyoko e questi diventano dei set che, a loro volta, si trasformano in realtà vissuta. Di conseguenza, l’onirismo intrinseco dell’opera detona, facendo sì che non esista più una gerarchia stabile tra la realtà, la rappresentazione e la memoria. Pertanto, diviene implicita una posizione quasi radicale: la realtà è solo una delle tante narrazioni possibili.
L’illusione come scelta esistenziale e lo spettatore come coautore

Più trascorrono i minuti, più lo spettatore si capacita di come Chiyoko, in fondo, abbia scelto di vivere dentro una narrazione pervasa dal sentimento del desiderio. La donna non cerca davvero una verifica concreta (ovvero, non insiste nel ‘ritrovare’, in senso realistico, l’oggetto del suo desiderio), ma continua a inseguire un’immagine. Tale scelta ha permesso a Kon di introdurre un tema molto sottile: quello dell’illusione non intesa come inganno, semmai come forma di verità soggettiva. Millennium Actress non smaschera l’illusione: la legittima.
E in tale legittimazione, lo spettatore diviene il coautore della storia, partecipando in maniera attiva alla dimensione metanarrativa del film. E se questo è possibile, il mezzo che lo permette va rintracciato nel personaggio di Genya che non è limitato al solo ruolo passivo di osservatore. Il documentarista entra nei ricordi, partecipa emotivamente e ‘recita’ dentro la narrazione. In sostanza, è una figura-specchio dello spettatore. E lo stesso Kon suggerisce che guardare una storia significa abitarla e che Millennium Actress, in realtà, parla anche del rapporto tra opera e fruitore, non solo tra attrice e ruolo.
Ed è qui che avviene il ‘cortocircuito’ narrativo di un titolo come questo, nel momento in cui la temporalità è circolare invece che teleologica, facendo sì che emerga il loop esistenziale dell’attrice. Infatti, in Millennium Actress non c’è un vero ‘progresso’ narrativo classico. La vita di Chiyoko è ciclica, reiterativa e costruita su variazioni dello stesso schema (ossia quello dell’inseguimento) e il tempo non porta a una risoluzione ma a una consapevolezza: alla fine non conta arrivare ma continuare a muoversi.
Identità stratificata, melanconia della modernità e perdita

Quella che avviene al centro della storia di Millennium Actress non è solo frammentazione del proprio Io, bensì accumulo. Chiyoko Fujiwara è sì una donna reale in tutte le sue versioni filmiche ma è – al tempo stesso – la versione ricordata dagli altri. Come già affermato, l’Io implode in mille pezzi, con la conseguenza che non esiste un ‘sé autentico’ da recuperare a tutti i costi. Al suo posto, esiste solamente una sedimentazione delle interpretazioni.
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In questo, l’opera n. 2 di Satoshi Kon condivide il tilt identitario posto al centro di Perfect Blue e la questione dell’alter-ego di Paprika: tre opere sì differenti tra di loro ma legate da un indissolubile e sottile fil rouge, ovvero quello dell’identità multipla atta a vivere esistenze altre per s(fuggire) dall’ossessione (Perfect Blue), ricercare l’altro da sé (Millennium Actress) e accettare il proprio sé (Paprika). Tutte e tre le opere, difatti, compongono una informale trilogia tematica sull’identità fluida che porta a una rottura in più pezzi della propria immagine, traducendosi in una profonda solitudine non indifferente per i personaggi.
Non a caso in Millennium Actress vi è, sotto traccia, anche un lutto storico: la perdita di un Giappone passato, con il conseguente venir meno di certezze e di relazioni autentiche. Un lutto che, ciò nonostante, non è mai dichiarato nel film, poiché viene assorbito nel movimento continuo della protagonista. Quelle poste in essere nella storia di Millennium Actress sono perdita e melanconia della modernità: la certezza di tempi (e amori) che non torneranno mai, ed è proprio per questo che si preferisce la frammentazione dell’Io, la reiterazione dei ruoli attoriali che sostituiscono, giorno dopo giorno e anno dopo anno la realtà, rivivendo i ricordi in un caleidoscopico flusso finché, il fisiologico epilogo esistenziale, non sopraggiunge.
Perché Millennium Actress in sala è un evento da non perdere

Come avvenuto negli scorsi mesi con altre opere d’animazione di alta caratura, l’arrivo dall’11 al 13 maggio nelle sale cinematografiche italiane di Millennium Actress, che si potrà gustare in versione 4K grazie ad Anime Factory, è un evento che non va assolutamente perso, sia per gli estimatori di vecchia data di Satoshi Kon, sia per i neofiti e le nuove generazioni di giovani spettatori.
Vivere sul grande schermo la storia o meglio, le storie di Chiyoko Fujiwara è un tassello del mosaico filmografico di Kon da recuperare nel buio della sala, cosicché da lasciarsi andare a un incredibile mondo narrativo a metà tra realtà e sogno, atmosfere che il compianto Satoshi Kon ha lasciato in eredità a tutti i suoi vecchi (e attuali) estimatori. Perché Millennium Actress non è solo una vera e propria dichiarazione d’amore (e di intenti) verso il cinema: è – soprattutto – un’opera immensa e mai così attuale che parla di amore idealizzato, ossessione per l’immagine e ricerca perenne dell’Io. Un film, in poche parole, che parla di noi esseri umani, e lo fa in maniera diretta ma poetica.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
