Miami Vice è un peculiare esperimento formale travestito da film poliziesco canonico: Michael Mann riprende la propria creatura televisiva degli anni Ottanta e la decostruisce fino all’osso, sostituendo la nostalgia con il digitale grezzo e il melodramma patinato con una Miami desaturata e post-11 settembre. L’abbiamo rivisto in occasione dei cinquant’anni di Colin Farrell.

La trama

Miami Vice comincia senza inutili preamboli o titoli di testa: Michael Mann ci catapulta direttamente nel mezzo di un locale notturno, in piena operazione sotto copertura, e da quel momento non allenta mai la presa. I detective di Miami Sonny Crockett (Colin Farrell) e Ricardo Tubbs (Jamie Foxx) ottengono l’incarico dall’FBI di infiltrarsi e smantellare il cartello globalizzato di Arcangel de Jesus Montoya (Luis Tosar). Si fingono trafficanti tanto efficienti quanto efferati, ma l’occhio vigile e sospettoso di José Yero (John Ortiz), addetto al controspionaggio del boss, già incombe su di loro. Nel frattempo Crockett inizia una relazione adultera con Isabella (Gong Li), elegante donna d’affari cinese e moglie di Montoya.
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La trama è, nella sua ossatura, un’espansione dell’episodio pilota della serie originale, aggiornato al look più crudo della Miami moderna. Il pedigree registico di Mann si muove scattante nella propria zona di comfort: ambientazioni urbane seducenti, poliziotti duri, criminali ancora più spietati, sparatorie fulminee e feroci, inquadrature notturne curatissime. Miami Vice è un film di Mann a tutti gli effetti, e lo si comprende anche dalla selezione musicale, che predilige lo stile post-rock dei Mogwai, la dance di Moby e una varietà di sonorità da club che riflettono la vita notturna della metropoli — con il mashup tra Linkin Park e Jay-Z a fare da manifesto musicale del tempo.
La filosofia digitale

Negli anni Duemila, la tendenza principale a Hollywood era quella di riesumare dal dimenticatoio celebri serie TV per trasformarle in adattamenti cinematografici moderni. Reduce dal clamoroso successo di Collateral (2004), Mann porta a compimento con Miami Vice la propria ricerca sul realismo estremo delle riprese digitali. Qui, però, la sperimentazione si spinge oltre: Mann usa, sì, il digitale per catturare la notte cittadina come in Collateral ma lo impiega, in primo luogo, per girare in modo rapido ed efficace in aree affollate e condizioni di luce scarsa. In collaborazione con il direttore della fotografia Dion Beebe, abbraccia la natura intrinsecamente estemporanea del formato, la sua grana e l’instabilità dell’inquadratura a mano libera, trasformando il tutto in parte integrante dell’esperienza.
In contrasto con i colori pastello brillanti della serie televisiva, la Miami contemporanea di Mann è un luogo spento e desaturato, intrappolato da una cappa plumbea. Quando però l’azione si sposta nelle location sudamericane, la fotografia si accende nei verdi smeraldo e nelle luci violente dei tropici. Il cambio cromatico stesso va a segnalare il passaggio da un mondo di regole, per quanto inquinate, a uno spazio dove le regole semplicemente non esistono più.
L’estetica della disillusione

A partire dai due duri sbirri infiltrati Farrell e Foxx, passando per i vari Gong Li, Ciarán Hinds, Naomie Harris, Justin Theroux, tutto il cast trova spazio per espirare le differenti sfumature di disillusione che ammanta l’intero progetto. Il boss Luis Tosar riesce a risultare minaccioso con le sole sopracciglia nel poco minutaggio concessogli; il paranoide José Yero di John Ortiz cela una vulnerabilità inaspettata sotto la scorza viscida di capo del controspionaggio. Negli anni Colin Farrell ha sostenuto pubblicamente che il film privilegiasse la forma a discapito del contenuto. Va detto che, effettivamente, la scrittura dei personaggi è più basica rispetto agli standard del regista, mentre l’architettura narrativa stessa non sfugge a una sostanziale classicità, facendo un passo indietro a favore dell’interesse tecnico ed espressivo. Eppure il risultato travolge e ammalia, proprio perché Mann non intende raccontare una storia nel senso convenzionale del termine.
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Al regista di Chicago interessa che ogni frame trasudi la sua filosofia del “tempo che è fortuna”, la pressione fisica dell’urgenza, le incognite di un presente fugace, la recitazione fatta di emozioni suggerite e mezzi toni, la salsedine e il vento che accarezza le palme. E questo, probabilmente, non sarebbe stato possibile se non grazie alla liquida impalpabilità del digitale.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
