A centoventiquattro anni dalla nascita di Walt Disney, abbiamo visto nuovamente il classico con cui l’animatore statunitense portava al cinema una delle eroine più amate della letteratura britannica: Mary Poppins di P.L. Travers.

La trama

Nella Londra edoardiana del 1910, la famiglia Banks sta disgregandosi sotto il peso delle convenzioni sociali. George Banks (David Tomlinson), funzionario di banca, aderisce al modello maschile dell’epoca, ed è troppo occupato a curare la propria immagine rispettabile per accorgersi dei figli. Sua moglie Winifred (Glynis Jones), attivista suffragetta, tenta come può di conciliare impegno politico e domesticità borghese.
È in questo equilibrio fragilissimo che irrompe Mary Poppins (Julie Andrews), bambinaia dolce e severa, radiosa e malinconica, sfuggente e irraggiungibile. Accanto a lei, vi è il romantico tuttofare Bert (Dick Van Dyke) con il quale introduce i piccoli Banks a un mondo incredibile. Un viaggio che finirà col portare tutta la famiglia a riconciliarsi.
Il Disney-pensiero al suo meglio

Esiste accessorio più desiderabile della borsa di Mary Poppins, dalla capienza infinita? Forse no, perché proprio da lì si schiude l’intera grammatica del film diretto da Robert Stevenson (1964), radioso emblema del Disney-pensiero che, pur intriso di intenzioni pedagogiche – anche se insieme allo zucchero va giù pure la pillola amara della vita, per parafrasare una delle canzoni più celebri del film – trova la sua identità distinta nell’oscillazione continua tra stupore infantile e malinconia adulta, tra educazione e gioco, tra autorità e libertà (vedi la seconda metà del film, dedicata al pater familias e alle sue insicurezze) con cui tocca i temi di emancipazione femminile, crisi economica e assenteismo genitoriale.
La realizzazione di Mary Poppins scaturisce da una ventennale negoziazione che vide protagonisti Walt Disney e l’autrice P.L. Travers, la quale ebbe più di una parola di protesta nei confronti della ‘disneyficazione’ del suo personaggio, nel film molto meno inflessibile rispetto alla controparte cartacea.
Un’opera delle meraviglie

Controversie a parte (narrate tanto nel film Saving Mr. Banks quanto negli extra della versione home video), Mary Poppins conserva tutto il suo pedigree di produzione delle meraviglie. Gli scorci londinesi di Cherry Tree Lane, ricreati nei teatri di posa, permisero a scenografi e tecnici una fusione perfetta di matte painting (la pittura di sfondi altrimenti irrealizzabili) e set mobili.
E se l’impiego della tecnica mista richiese mesi di coreografie sincronizzate tra attori e animatori, ciò che ne risultò furono sequenze come quelle del ‘Jolly Holiday’ con i pinguini o la corsa dei cavalli, veri capolavori di sguardo, ritmo e prospettiva con il girato in live action, nonché cornice per canzoni immortali del calibro di Supercalifragilistichespiralidoso.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
