
Marco Fiore, componente della band Réclame, ha rilasciato una lunga e interessante intervista ai nostro microfoni
È uscito il 16 gennaio 2026, RÉCLAME il nuovo album dell’omonima band romana. Marco Fiore, componente del gruppo, ha rilasciato una lunga e interessante intervista ai nostro microfoni
Com’è nato l’album Réclame?
«Il disco ce lo siamo portati dietro per tanto tempo, ma non siamo mai riusciti a pubblicarlo per varie vicissitudini. Avevamo già in testa di parlare del mondo televisivo e dello showbiz dopo una serie di esperienze, come Sanremo Giovani. Poi abbiamo lavorato canzone per canzone, senza scordarci dell’argomento. Man mano che andavamo avanti però si delineava una struttura che è nata in modo casuale. La prima parte e i primi parti sono un po’ più patinati, ma poi, andando avanti, diventano più scarni e acustici. Ed è così che è nato una sorta di viaggio, che parte dall’apparenza e dalla plasticità della pubblicità e arriva a un qualcosa di più intimo, com’è appunto il disco nel suo complesso»
Qual è il significato del titolo e com’è nato, che è poi anche il vostro nome?
«Noi inizialmente l’abbiamo scelto perché, banalmente, ci piaceva. Suonava anche internazionale e, allo stesso tempo, anche un po’ rètro. Insomma, nasce da un punto di vista meramente fonetico. Dopo abbiamo capito che, questa somiglianza con il mondo pubblicitario, è una nostra attitudine e caratteristica. La pubblicità può essere sia positiva che negativa, ma ciò che conta è il contenuto e il messaggio che vi è alla base».
Ascoltando l’album, ci si sente immersi in un percorso. Un percorso che comincia con un’ironia tagliente, che si coglie anche in un inglese dalla pronuncia volutamente provinciale. Poi però, canzone dopo canzone, ci si trova immersi e catapultati in una dimensione molto più fragile e intima. Insomma, è un po’ la dicotomia tra apparenza ed essenza…
«Sì, è proprio così. L’album è un percorso che comincia, nella sua prima parte, dalla caricatura, dal patinato e dal fasullo. Comunque è un qualcosa di molto affascinante, perché raffigura quell’estetica tipica degli anni Ottanta e molto televisiva. Sicuramente questo esercita un fascino un po’ su tutti quanti. Poi dopo c’è questo contraltare di questi personaggi un po’ allo sbaraglio, come lo yes man che continua a dire sì, la grottesca showgirl che non accetta di invecchiare e tutta la parte del mercato, che appunto delinea quella che è la fine dei rapporti sinceri. Insomma, è volutamente ironico, perché l’ironia serve per far venire fuori il grottesco. Poi, man mano che si va avanti, si elimina quello che è lo sfottò, come l’inglese provinciale, che rappresenta chi si fa figo usando certi termini. Via via i pezzi e il contesto diviene via via più sincero».
Voi mischiate varie sonorità ed è difficile darvi un’etichetta se si parla di sound. Ma c’è qualche genere in cui vi riconoscete e identificate di più?
«Onestamente no. Veniamo da ascolti talmente diversi tra di loro che per noi sarebbe impossibile. Nel disco ci sono tantissime reference. Ci piace lavorare e pensare disco per disco. Comunque in “Réclame ci sono molti riferimenti agli anni Ottanta, ai Duran Duran, David Bowie e anche molto altro. Ma noi ragioniamo a disco e a brano che a modelli di riferimento totali».
Quanto siete cresciuti da Voci di Corridoio a oggi?
«Sicuramente tanto. Lo scarto, rispetto agli inizi, senza dubbio c’è. Ovviamente non rinneghiamo i primi dischi, che hanno dentro molto di interessante. Magari erano più adolescenziali, in primis a livello di testi. Non adolescenziali nel senso di K-Pop, ma nel senso che erano artefatti e ricercati, ma in una dimensione, alle volte, non troppo sincera. Quel primo disco è molto alternative-rock e new wave. Viene da degli ascolti che facevamo da ragazzi ed è meno articolato da un punto di vista sonoro. Da dopo abbiamo iniziato a sperimentare e, dal punto di vista delle sonorità, sono venuti fuori prodotti più complessi e anche più interessanti pwe quel che ci riguarda».
Che ricordi avete di Sanremo Giovani e quanto vi è servita?
«È stata una magnifica esperienza e sicuramente ci è servita. Ripensandoci oggi però mi sento di dire che è stato un po’ strano. Quella è un’altra dimensione, ovviamente più televisiva e vieni catapultato in un mondo che è molto diverso da quella reale del suonare. Tutto è più legato agli artifici dei giochi pirotecnici, delle luci e del modo di parlare. A me, per esempio, che ero troppo serio. Questo tema ritorna un po’ nel disco, perché “Mercato” l’abbiamo scritta proprio dopo Sanremo. Quello che mi è sento di dire è che sicuramente può essere un volano, ma conta più il prodotto televisivo di quello musicale. Andrebbe forse cambiato tutto il sistema, perché legato e ancorato a modelli un po’ vecchi».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
