È arrivato in sala per Anime Factory Lupin III – La stirpe immortale, il film con cui Takeshi Koike suggella il suo sguardo sul ladro creato da Monkey Punch.

La trama

Venuto a conoscenza dell’esatta posizione di un prezioso tesoro nascosto al largo del Triangolo delle Bermuda, Lupin III organizza l’ennesimo colpo. Insieme ai compagni Jigen, Goemon e Fujiko – con l’ispettore Zenigata immancabilmente alle calcagna – approda su un’isola non mappabile, che si rivela ben presto esotico cimitero di armamenti popolato da freaks biomeccanici. A dominare questo ecosistema da incubo è Muom, un australopiteco evolutosi in un essere immortale dotato di capacità rigenerative.
Come se non bastasse, una nube velenosa avvolge l’intera isola, concedendo ai protagonisti solo ventiquattr’ore per salvare la vita. Nella disperata lotta per la sopravvivenza che ne seguirà, si scoprirà come la ricerca del tesoro e l’agire di Muom celi, in realtà, un complesso e millenario intrigo di attentati volti a ridisegnare l’asetto del mondo.
La riconfigurazione wellesiana del mito di Lupin III

Prese le redini del franchise Lupin the IIIRD dopo aver firmato il character design dell’acclamata serie La donna chiamata Fujiko Mine (Sayo Yamamoto, 2012), l’ex pupillo di Yoshiaki Kawajiri, Takeshi Koike, ha realizzato quattro mediometraggi solo in apparenza autoconclusivi, ciascuno dedicato a un membro della banda creata da Monkey Punch (al secolo Kazuhiko Katō), alle prese con una galleria di sicari determinati a eliminarli. ‘Apparentemente’, dicevamo, perché Lupin III – La stirpe immortale si apre con un energico montaggio-recap dei succitati mediometraggi che, oltre a dettare da subito un ritmo concitato all’operazione, ne sottende il senso di sunto di tutto lo sguardo registico sul personaggio.
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Sia chiaro: la narrazione è volutamente esile e, in fondo, le riflessioni su libero arbitrio, rapporto uomo-macchina e selezione naturale sono strumentali a un’idea di Lupin orientata al movimento dei corpi in un ambiente ostile. Il canovaccio sprigiona il suo fascino più perturbante, affidandosi a un immaginario di aberrazioni genetiche e tecnologiche e a un’isola-organismo di dichiarata ascendenza wellesiana: fiumi color sangue in luogo di un apparato circolatorio, bambine clonate, meduse immortali e nebbie tossiche delineano un setting di grande impatto visivo per lo spettatore, assolutamente infernale per i personaggi. Una sorta di Isola del dottor Moreau riletta come hard boiled orrorifico à la Demon City Shinjuku.
Il gusto per il dinamismo

Naturalmente quando gli elementi action entrano in gioco, l’influenza di Kawajiri sullo stile registico di Koike si fa riconoscere, con lo stesso gusto ipercinetico che rese cult quel gioiellino di Redline: iper-stilizzazione di antieroi ‘fighi’, cromatismi acidi magistralmente restituiti dall’animazione 2D, inseguimenti dinamici su paesaggi impervi, proiettili ripresi in volo, duelli kurosawiani giocati su attese dilatate e coreografie acrobatiche. In tale contesto di frenetica corsa contro il tempo, i rapporti tra personaggi – consolidatisi in oltre cinquant’anni di franchise – risultano comunque sempre ben bilanciati, anche se Fujiko (alla luce del mediometraggio a lei dedicato) avrebbe forse meritato più spazio.
Sulla base delle proprie possibilità ed entro quelli che sono i suoi limiti, Lupin III – La stirpe immortale intrattiene pienamente e ridisegna il ladro gentiluomo in una chiave più cruda, con un finale che si lascia dietro un’inquietante ombra nichilista. Anche se la mordace scena post-credits rappresenta tutt’altro che una chiusura definitiva.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
