
In occasione dell’uscita nei cinema italiani per la prima volta e in 4k, prevista dal 4 al 10 dicembre 2025, L’uovo dell’angelo di Mamoru Oshii rimane, ancora oggi, una delle opere d’animazione nipponiche più conturbanti e difficili da interpretare nel suo insieme di onirismo, simbolismo e messaggi da decodificare.
La trama

In un mondo cupo e apparentemente in rovina, l’incontro tra una bambina che porta con sé un enorme uovo e un viaggiatore dotato di una strana arma a forma di croce, alimenta un susseguirsi di eventi incompresibili che, entrambi, fanno fatica a spiegarsi. Dapprima diffidente, la bambina si unisce al viaggiatore, il quale le racconta una versione alternativa del diluvio universale.
Cripticità e metafore sotto forma di immagini

Provare a fornire un’interpretazione di un’opera come L’uovo dell’angelo potrebbe sembrare una operazione di poco conto eppure, l’OAV di Mamoru Oshii, in quasi quattro decenni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, ha alimentato interrogativi e suggestioni non indifferenti. Pregno di simbolismo cristiano (l’arma a forma di croce portata in spalla dal viaggiatore) e di riferimenti alla Bibbia, su tutti la narrazione alternativa del diluvio universale che diventa, scena dopo scena, il leitmotiv che scandisce l’intero minutaggio del lungometraggio, L’uovo dell’angelo vive di onirismo e atmosfere cupe, queste ultime rientranti in lore e worldbuilding post-apocalittici e distopici con cui cotanto genere fantascientifico, sia esso letterario, cinematografico o animato, ha nutrito i propri estimatori.
L’uovo dell’angelo, su questo versante, abbonda di contenuto: a partire dalla buia e inabitata città, in cui le uniche forme di vita sono la bambina e il viaggiatore e dove si percepiscono, frame dopo frame, i sinistri sussurri e le ombre di una società umana sparita nel nulla, annientata e della quale rimangono solo ombre e statue in(animate) condannate alla ciclicità nichilista di azioni che, in maniera dicotomica, rappresentano la sopravvivenza di una ‘specie’ a scapito della ‘morte’ di un’altra.
Il sinistro ‘mondo’ di L’uovo dell’angelo sembra essere organico – quasi cronenberghiano anticipando lo stesso Cronenberg di Il pasto nudo ed eXistenZ (l’estetica e il dettaglio insettoide di uno dei mezzi che attraversano la città vuota e dal quale scende il viaggiatore non possono non far pensare a questi due titoli) – e ibridato con le geometrie di Escher tant’è da alimentare un forte senso di straniamento frammisto al perturbante di freudiana memoria, fomenta la cripticità che, a sua volta, alimenta tutta una serie di metafore insite nell’opera di Oshii.
Un tour de force tra simbolismo e immagini surreali

Il surrealismo, dunque, è il perno principale sul quale l’intera struttura narrativa di L’uovo dell’angelo si poggia, e in 71 minuti di durata le immagini surreali, di certo, non mancano assurgendo, de facto, a vero e proprio mindfuck atto a stimolare la visione e la materia grigia dello spettatore. Perché se c’è un grandissimo pregio a favore del film di Oshii, oltre al coraggio di aver sperimentato con lo stesso linguaggio dell’animazione, è quello di un forte sottotesto filosofico che si affianca, di pari passo, al simbolismo religioso e teologico.
Simboli come la croce portata sulle spalle dal viaggiatore al pari di Cristo, le fonti d’acqua e l’uovo stesso che dà il titolo all’OAV rappresentano creazione e speranza rivolta verso un Dio assente, silenzioso, che va cercato con ciò che resta della propria fede e credenza. Il senso di vuoto e sospensione che permeano ogni singola scena di L’uovo dell’angelo non sono altro che un richiamo alla solitudine di un’umanità smarrita e a quell’esistenzialismo di Kierkegaard e Camus: la bambina, che vuole proteggere e ‘covare’ l’uovo a tutti i costi è la lampante figura retorica di una fede ingenua e assoluta a prescindere mentre il viaggiatore, con i suoi interrogativi sul sapere cosa si cela dentro quell’uovo fino ad arrivare a distruggerlo, è l’icona del dubbio razionale e di una forte crisi di senso in un mondo vuoto.
La distruzione dell’uovo, paradossalmente, avviene proprio con quell’arma-croce che dalle spalle passa alle mani, dando il via a un ciclo di vita e morte traducibili nel tradimento della fiducia tra simili, alla perdita dell’identità e della meta del proprio viaggio e, infine, al non poter più discernere la realtà dall’in(esistenza). Tematica, quest’ultima, poi ripresa sempre da Oshii nell’adattamento animato di Ghost in the Shell e dalle sorelle Wachowski in Matrix.
Onniscienza e nuova vita

Un dettaglio che non passa inosservato è quello che L’uovo dell’angelo si apre e si chiude con la presenza della misteriosa struttura volante a forma di occhio. Se nei primi secondi dell’opera essa discende sulla terra, nel finale ascende verso il cielo. Due azioni contrapposte ma complementari che suggellano l’onniscienza (il simbolo dell’occhio) di un dio o di una forza superiore testimone di cià che resta dell’umanità e che, adesso, ha trovato una ulteriore forma che va ben oltre quella fisica dell’hic et nunc: dal sacrificio alla nuova vita, un ciclo che si chiude aprendo a uno nuovo laddove, la preservazione della specie (e qui torna nel plot twist il tema del diluvio universale), ha fallito.
Composto da stratificazioni di senso e immagini capaci di turbare con il loro surrealismo, nonostante questo L’uovo dell’angelo rimane un must to watch senza se e senza ma. Un esempio di animazione e cinema ragionato capace di stimolare la mente e, di conseguenza, aiutare a porsi delle domande sull’esistenza e sui possibili futuri di questa.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
