L’ultima tentazione di Cristo è il film che la Chiesa tentò di bloccare ancora prima che uscisse nelle sale, e che il Premio Oscar Martin Scorsese girò come atto di fede personale. Lo abbiamo rivisto in occasione delle festività pasquali.

L’uomo prima del figlio di Dio

L’ultima tentazione di Cristo, film del 1988 per la regia di Martin Scorsese, in principio era il romanzo omonimo di Nikos Kazantzakis, oggetto nel 1951 di infuocate polemiche per la sua tesi: la rappresentazione di una Figura Christi, sì, aliena al peccato, ma comunque capace di subire le tentazioni del dubbio e della lussuria. Oltre trent’anni più tardi, Scorsese decise di farne una trasposizione che, come recita in modo inequivocabile la didascalia che apre il film, «è solo una riflessione fantastica sugli eterni conflitti dello spirito». È una dichiarazione d’intenti d’estrema onestà, che già dice molto del suo autore.
Il regista italoamericano ha, infatti, costruito gran parte della sua filmografia attorno a figure lacerate – uomini incapaci di trovare pace con loro stessi, divorati da sensi di colpa, da fedi conflittuali, da un’idea di redenzione che continua a sfuggire. Cristo, inteso come essere umano che porta il peso della propria natura divina senza comprenderla del tutto, senza accettarla immediatamente, è un personaggio che appartiene in modo naturale a questa galleria. Il film nasce proprio da quella coerenza profonda tra il soggetto e il suo autore.
Il peso della carne

Gesù di Nazareth (Willem Dafoe) è un falegname. Costruisce croci per i Romani, e questa collaborazione con l’occupante lo ha trasformato agli occhi della sua gente in qualcosa di peggio di un traditore. Vive nella vergogna, perseguitato da visioni notturne e da una voce che non sa se venga da Dio o dalla sua stessa mente in frantumi — una voce che gli dice di essere il Figlio, il Messia, colui che dovrà pagare per tutti.
Non vuole crederci. Vorrebbe essere soltanto un uomo. Ma la voce non smette, e alla fine Gesù deve fare i conti con la possibilità che il peso che sente sulle spalle sia la sua vera missione. La storia segue le ben note tappe della pagina biblica: il battesimo, il deserto, i miracoli, Gerusalemme, la Via Crucis. Ma Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader la arricchiscono di episodi provenienti dai Vangeli apocrifi – l’estrazione del cuore – e la attraversano cercando sempre cosa questi accadimenti abbiano mosso o incrinato nell’interiorità dell’Uomo. La Divinità resta sullo sfondo, una pressione esterna.
Il momento culminante arriva, per forza di cose, sulla croce. Gesù, nell’atto estremo del sacrificio, viene attraversato da una visione: e se potesse scegliere diversamente? E se ci fosse una vita ordinaria ad aspettarlo, Maria Maddalena (Barbara Hershey), il calore del focolare domestico? È questa l’ultima tentazione del titolo, tratteggiata con una delicatezza che sorprende chiunque si avvicini al film aspettandosi scandalo. La scena d’amore con Maria Maddalena è girata con più rispetto di quanto molta iconografia religiosa ufficiale abbia mai mostrato verso la complessità di Cristo – e che le autorità cattoliche l’abbiano condannata dice più sulla Chiesa che sul film.
Come si dirige il sacro?

Scorsese lavora qui con una misura insolita per i suoi standard. Assente la violenza – chi si aspetta il sangue abbondante che caratterizza certa filmografia gangster scorsesiana rimarrà a bocca asciutta. La regia consegna immagini austere, sottolineate da ralenti parsimoniosi. Il passo è lento, meditativo, ma non si trascina mai davvero: la transizione tra un episodio e l’altro avviene con la fluidità e la coesione di cui solo la sodale montatrice Thelma Schoonmaker è capace. Il film si regge sulle spalle di Willem Dafoe, la cui fisionomia spigolosa funziona per il suo Cristo dimesso e tormentato, ma anche il resto del cast viene diretto in punta di penna: Harvey Keitel applica la sua mimica da duro di strada al personaggio di Giuda Iscariota, mentre Barbara Hershey è una Maddalena sensuale e di grande intensità.
Degne di menzione anche fotografia diretta da Michael Ballhaus e colonna sonora di Peter Gabriel, livida e a tratti psichedelica la prima, trascinante la seconda nelle sue contaminazioni di musica pop e ritmi percussivi etnici, primordiali. E poi c’è l’ultima inquadratura, con la pellicola che “sfarfalla” nella luce divina, a restituire la sensazione di aver assistito a uno dei capolavori assoluti del regista (nomination all’Oscar, non a caso) e al suo tributo più sincero possibile alla cristianità.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
