Nello spazio profondo, dove nessuno può sentirti cantare al karaoke, L’ultima missione: Project Hail Mary riporta in sala la fantascienza letteraria di Andy Weir e celebra lo spirito pionieristico dell’umanità senza rinunciare allo spettacolo.

La trama

Un uomo riemerge da un coma forzato a bordo di una nave alla deriva, unico superstite di un equipaggio internazionale decimato. Il suo nome è Ryland Grace (Ryan Gosling), un dimesso insegnante di scienze, trascinato contro la sua volontà in un’indagine globale sugli Astrofagi, organismi cosmici che si nutrono di luce solare e la cui proliferazione minaccia di spegnere il Sole. A reclutarlo è stata quasi dieci anni prima l’austera Eva Stratt (Sandra Hüller), convinta che il suo metodo scientifico (tacciato dalla comunità di complottismo) sia la chiave per sciogliere il mistero. Da qui è nata, infatti, la missione spaziale Hail Mary: un viaggio disperato che dissolve le barriere culturali in nome della sopravvivenza collettiva.
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Nel buio dello spazio profondo, Grace fa la conoscenza di Rocky, un alieno simile a un aracnide di pietra, anch’esso in missione per salvare il proprio pianeta dagli Astrofagi. Grazie a un sistema di traduzione basato sulla matematica, i due riusciranno a instaurare un dialogo, una collaborazione scientifica e, dulcis in fundo, una sincera amicizia.
Lo spettacolo di una fantascienza umanista

A oltre dieci anni dal bellissimo The Martian di Ridley Scott, giunge in sala l’adattamento di un altro romanzo sci-fi di Andy Weir, ossia L’ultima missione: Project Hail Mary. Stavolta, la sedia di regia passa dal padrino della fantascienza moderna al dinamico duo Phil Lord e Christopher Miller: il risultato è un blockbuster che, come il precedente scottiano, guarda con fiducia alla cooperazione globale e approccia complessi enigmi cosmici con una brillantezza, un’ironia e un afflato pop perfettamente nelle corde dei due registi di The Lego Movie.
E per quanto il racconto non rinunci a sferzate più cupe quando la posta in gioco si fa davvero alta, si evince una volontà generale di non prendersi troppo sul serio che nella fantascienza hollywoodiana, pur annoverando validi alfieri quali Interstellar (Christopher Nolan, 2014) e il ciclo di Dune (Denis Villeneuve, 2021-2023), latitava da anni – l’ambito dei cinecomics Marvel gioca un campionato a sé.
La costruzione e lo sviluppo della sceneggiatura di Drew Goddard è ben congegnato nella sua convenzionalità, non si arrovella troppo nei tecnicismi scientifici e preferisce godere delle pause ironiche. Dopo un prologo che delinea la condizione di solitudine del protagonista, il racconto alterna presente e passato attraverso flashback terrestri ben calibrati, rivelatori quanto basta per ricostruire gradualmente il quadro, senza appesantirlo.
Al centro di tutto emerge il ritratto di un uomo che (a differenza del “marziano” impersonato da Matt Damon) non si è mai sentito all’altezza del suo ruolo, scorrendo in parallelo con la celebrazione del metodo scientifico quale continuo procedere per tentativi. Il rapporto tra Grace e Rocky – quest’ultimo ben lungi dall’essere solo una mascotte concepita per il merchandising – stimola la possibilità di coltivare l’altruismo tra forme di vita diverse (da osservare con attenzione il ruolo delle mani).
La macchina del meraviglioso

In oltre due ore e mezza che corrono filate, a uscirne è un Ryan Gosling in gran spolvero, che ci fa credere con la giusta misura e autoironia alla sindrome dell’impostore che accompagna il protagonista lungo larga parte dell’avventura. Accanto a lui un cast di comprimari tutto rispetto, con in testa l’algida Sandra Hüller (La zona d’interesse) che, in uno dei numerosi momenti di umana condivisione, esibisce le proprie doti canore eseguendo al karaoke Signs of the Time di Harry Styles.
Protagonista induscussa, però, è la confezione tecnica. L’altissimo livello degli effetti speciali, ben integrati alla luminosa fotografia di Craig Fraser, esaltano le visioni dello spazio inesplorato e sequenze come l’attracco tra le due astronavi (quasi un’armonica, kubrickiana danza orbitale) o la “battuta di pesca” siderale. Non mancano citazioni e rimandi – la melodia williamsiana da Incontri ravvicinati del terzo tipo, un finale che riecheggia in parte l’epilogo di Sunshine – a rendere il tutto ancor più piacevole questa favola sull’unire le forze di fronte all’ignoto.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
