Love & Pop è il debutto nel cinema live-action di Hideaki Anno: un esperimento radicale sull’adolescenza, sul consumo e sullo sguardo, girato nel cuore di Shibuya con una videocamera digitale. L’abbiamo rivisto in occasione del compleanno del regista.

Un anello e il suo valore

Dopo aver riscritto e deflagrato le regole del genere mecha con Neon Genesis Evangelion (1995–1996), Hideaki Anno ha scelto di acquistare una videocamera digitale Sony VX per girare il suo primo film live-action. Il risultato fu Love & Pop, adattamento del romanzo Topaz II di Ryū Murakami, uscito nel gennaio 1998: un film su una ragazza, su un anello con un topazio imperiale e su tutto ciò che è disposta a compiere per ottenerlo. La storia di Love & Pop è quella dell’adolescente Hiromi e delle sue tre amiche, che trascorrono una giornata estiva a Shibuya praticando l’enjo kōsai (espressione giapponese con cui si designano gli incontri retribuiti con uomini adulti) al fine di accumulare i soldi necessari all’acquisto di beni di consumo.
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Hideaki Anno ha dichiarato di aver concepito il progetto come una riflessione sull’«energia» che gli uomini più anziani cercano nelle giovani, incapaci di trovarla in sé stessi, in un Giappone ancora intorpidito dallo scoppio della bolla speculativa. Ma Love & Pop è per prima cosa un crudissimo coming-of-age: i giovani, non trovando posto nel flusso frenetico della società contemporanea, si adeguano ai valori consumistici arrivando a sfruttare, se necessario, anche il proprio corpo per capriccio. Non potrebbe essere altrimenti: siamo nel pieno degli anni Novanta, quelli che i giapponesi chiamano il «Decennio Perduto». Le vetrine di Shibuya brillano ancora, ma il futuro si è fatto nebuloso, incerto.
La texture grezza del digitale

Nel suo risultato finale, Love & Pop è esattamente il film che ci si aspetta dal regista di Evangelion alle prese con il suo primo lungometraggio live-action. Non c’è la distanza analitica di un documentario sociale, né la messa in scena controllata che avrebbe potuto trasformare l’enjo kōsai in materiale di denuncia (come avveniva in Tokyo Decadence di Murakami, di cui Love & Pop è sequel spirituale). Anno sceglie invece la schietta immersività delle proprie creature anime: sedici giorni di riprese, attrici in larga parte esordienti, e una videocamera digitale che si infila ovunque – dentro un forno, sotto una gonna, dietro l’occhio vitreo di una bambola o lo schermo di un TV karaoke. I grandangoli distorcono le proporzioni; lo schermo si moltiplica in vignette multiple; vengono assunti i punti di vista più improbabili (quello del vagone di un treno giocattolo, di una pentola calda, persino dell’anello).
La texture grezza e invasiva del digitale rifiuta l’estetica del cinema tradizionale e compie un passo in più: problematizzare lo sguardo che la società giapponese esercita sui corpi femminili adolescenti. Anno non si sottrae a questa contraddizione, la espone fino alle sue conseguenze logiche. Ciò diviene evidente nella sequenza in cui Hiromi, incalzata da un cliente, entra in uno stato dissociativo: rapidi cambi di formato, sovrapposizioni di immagini subliminali, schermo diviso mentre lei ripete in loop una domanda senza risposta. Lo stesso principio che nei controversi episodi finali di Evangelion rendeva il trauma attraverso la frammentazione del linguaggio – che qui s’incarna nel corpo di una ragazza reale in una città reale.
Il Giappone del «Decennio Perduto»

Anno aveva trentasette anni quando girò Love & Pop. Stava osservando una generazione più giovane con la consapevolezza di non appartenervi, e il film porta con sé questa distanza in modo silenzioso, tutt’altro che moralista. Shibuya scorre sullo sfondo indifferente, satura di beni di consumo; didascalie in stile anime segnano i progressi economici di Hiromi quasi fossero un timer. Il ko gyaru (lo stile delle ragazze con calze larghe e cellulari a conchiglia che i media dell’epoca usavano come simbolo del declino generazionale) viene riconosciuto da Hideaki Anno quale ribellione estetica alle stringenti conformità imposte alle donne giapponesi, ma non nasconde il prezzo che tale resistenza comporta: la svalutazione personale.
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I momenti di quiete che punteggiano il film funzionano per contrasto alla frenesia compusiva dell’ambiente circostante. Hiromi indossa l’anello per un istante e la sua voce interiore paragona il momento all’intima elettricità del primo bacio. La ragazza scatta foto su pellicola in mezzo a un mondo che ha già scelto l’effimero, compiendo così un piccolo gesto di ribellione alla dissoluzione digitale. E come in Evangelion, Anno accumula tutte le tensioni irrisolte dei personaggi, non risolvendone però i dubbi.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
