Il 31 marzo 1932 nasceva Nagisa Ōshima, autore radicale della Nouvelle Vague giapponese che fu in grado di unire documentario ed estetica surrealista. Nell’anniversario della nascita, abbiamo ripercorso origine, stile e significato del suo capolavoro: Ecco l’impero dei sensi.

Dalla cronaca alla celluloide

Prima di diventare famoso in tutto il mondo con film come Ecco l‘impero dei sensi o Furyo, il regista Nagisa Ōshima era già considerato una figura controversa in Giappone. Icona di spicco nella Nouvelle Vague nipponica (Nūberu Bagu), con una formazione politica plasmatasi nelle proteste studentesche all’Università di Kyoto, fu noto per le sue posizioni molto critiche, sia verso la censura sia verso gli accentramenti autoritari del paese. Negli anni Sessanta aveva girato film spesso legati a fatti reali e attraversati da una forte tensione politica. Anche Ecco l’impero dei sensi, uscito nel 1976, non fece eccezione e prese spunto da una storia vera, avvenuta nel 1936, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.
Il film racconta l’amour fou tra Sada Abe (Eiko Matsuda), una ex prostituta, e Kichi Ishida (Tatsuya Fuji), albergatore. Quella che inizia come una relazione fedifraga evolve rapidamente in escalation sessuale ossessiva, esclusiva, tesa al limite. Sperimentano il voyeurismo, l’amplesso in luogo pubblico, l’unione con partner più anziani, il sadomasochismo – mentre la gelosia di Sada verso la moglie legittima di Kichi raggiunge l’apice della ferocia. I due si isolano dal resto del mondo, e la loro relazione si intensifica fino all’inevitabile, sanguigno epilogo: su richiesta dell’amante, Sada lo strangola e lo evira, conservando i genitali recisi come reliquie di una passione che ha proprio nella morte il suo culmine.
L’origine del progetto

Ecco l‘impero dei sensi faceva parte dei pensieri di Ōshima già nel 1972, quando presentò il suo Dear Summer Sister al Festival del Cinema di Venezia. In quell’occasione incontrò il franco-polacco Anatole Dauman, già produttore di Hiroshima mon amour (Alain Resnais, 1959) e Il maschio e la femmina (Jean-Luc Godard, 1966), che gli propose di lavorare insieme a un film a luci rosse. Il regista di Kyoto gli sottopose due soggetti, e Dauman scelse la storia ispirata al caso di Sada Abe. La produzione partì dopo che la Francia allentò le restrizioni sulla pornografia nel 1975. Ōshima volle anche incontrare Abe di persona: la donna aveva già scontato la pena per l’omicidio e viveva ritirata in un monastero. Dopo aver ottenuto il suo consenso, il film entrò in lavorazione.
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Le riprese svoltesi a Kyoto furono complesse, anche per via delle leggi giapponesi sulla censura. Il materiale girato veniva spedito in Francia prima di essere sviluppato, per evitare sequestri (ad oggi nessuna versione integrale è stata mai proiettata nella terra del Sol Levante). Ōshima lavorò quindi senza poter vedere i girati, facendo completo affidamento sui laboratori della produzione francese. Le scene più scabrose, inoltre, venivano realizzate con una troupe ridotta al minimo sul set, in modo da mettere gli attori a proprio agio.
Segnali di stile

Il lavoro di Ōshima andò a tradursi in un film che, dal punto di vista visivo, venne costruito con grandissima precisione: luci calde, colori vividi, allestimenti da palcoscenico. Questa eleganza crea un forte contrasto con la visceralità di ciò che avviene in scena, come nella tradizione delle stampe erotiche Shunga in cui i corpi si compenetrano tra piacere, dolore e celebrazione della bellezza. Fuori dal rifugio erotico dei protagonisti, serpeggiano i dettagli del contesto storico: il crescente militarismo imperiale, i bambini con le bandiere nazionaliste… Non è errato vedere nella relazione principale una risposta estrema a un mondo che si muove in direzione della violenza collettiva.
Che si tratti di una fellatio o di alimenti inseriti nel sesso femminile («They say true love means eating food dipped in your lover’s juices»), l’esplicitezza dell’immagine è integrale e metodica, perché per Ōshima qualsiasi ellissi sarebbe un modo per rendere il tutto più digeribile — e quindi più falso. Ma L’impero dei sensi è anche un film sulla dissoluzione di ogni struttura gerarchica serva-padrone: l’immagine di Sada, kimono vermiglio e coltello stretto tra i denti, dominante su Kichi ai suoi piedi ne è inappuntabile simbolo.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
