Opera prima di Shiro Kuroi, Leviathan è un manga di fantascienza distopica che abbraccia l’horror, sia gore sia psicologico, per poter plasmare un’analisi riflessiva sull’umanità e sui suoi istinti atavici.

La distopia come rottura dei rapporti sociali

Manga fantascientifico che sprofonda, tavola dopo tavola, nell’horror tanto fisico (con impennate gore e splatter) quanto psicologico, Leviathan di Shiro Kuroi potrebbe sembrare, a primo acchito, una storia alquanto semplice ma, in realtà, sotto la superficie nasconde ben di più.
Tra echi dell’Alien di Ridley Scott e rimandi a Battle Royale e Hunger Games, Leviathan si sviluppa come un survival claustrofobico dove, il vero conflitto, non è esterno bensì umano. La distopia, qui, serve come MacGuffin per poter trasporre la rottura dei rapporti sociali
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Disumanizzazione e panico collettivo

L’incidente che coinvolge l’astronave con a bordo la scolaresca, è il punto nevralgico da cui, l’intera vicenda, prende le mosse. Nel momento in cui la gerarchia degli adulti viene meno, si assiste al fisiologico dilagare del panico poiché, la sopravvivenza, si trasmuta in una corsa contro il tempo scandita da risorse carenti, paure individuali (nonché collettive) e la nascita di nuove gerarchie forzate. Sono conseguenze, queste, che sospingono i personaggi di Leviathan a cambiare, trasformandosi – lentamente – sotto il peso delle responsabilità morali in condizioni estreme.
Nuove alleanze, scoperte impensabili e segreti da mantenere non fanno altro che incrinare i flebili rapporti tra i sopravvissuti, vittime di una adolescenza spezzata e che si trovano, in precario equilibrio, su un confine sempre più labile suddiviso tra istinto di sopravvivenza, perdita dell’empatia e paranoie. Un vero e proprio ‘delirium tremens’ nel silenzio dello spazio.
La violenza come risposta atavica

Lo stile di Kuroi è essenziale, decisamente nervoso e con un uso molto efficace delle ombre e delle inquadrature strette, tant’è da accentuare il senso di oppressione e isolamento. Alcune tavole sfiorano il fotorealismo alternandosi ad altre più frenetiche, ipercinetiche per certi versi, in particolare quelle in cui gli scoppi di violenza detonano in tutta la loro più spinta brutalità, senza fare sconti di nessun tipo.
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In Leviathan, la narrazione procede per accumulo di tensione che scarica in shock improvvisi, cosicché da essere non solo un’analisi delle dinamiche di gruppo portate all’estremo ma anche la dimostrazione di come, in determinate condizioni, la violenza riveli la sua natura atavica insita nell’essere umano.
L’ambiguità dell’essere umano: vittime o carnefici?

Uno degli aspetti più disturbanti di Leviathan risiede nell’assoluta ambiguità morale dei suoi personaggi. Shiro Kuroi si guarda bene dal costruire figure nettamente positive o negative: ogni individuo è, al tempo stesso, vittima delle circostanze e potenziale carnefice. Le scelte compiute non nascono da una malvagità innata, ma da un costante slittamento etico generato dalla paura, dall’isolamento e dall’assenza di riferimenti esterni.
In questo senso, l’opera rifiuta qualsiasi consolazione morale: non esiste una ‘via giusta’, ma solo decisioni prese in un contesto dove ogni opzione comporta una perdita. L’essere umano, spogliato delle sovrastrutture sociali, rivela così la propria natura profondamente contraddittoria, capace tanto di solidarietà quanto di tradimento, di altruismo quanto di egoismo estremo. È proprio questa oscillazione continua a rendere l’opera inquietante: il lettore non può identificarsi pienamente con nessuno senza essere costretto, subito dopo, a rimettere in discussione il proprio giudizio.
Il Leviatano come metafora: paura, controllo, identità

Il titolo stesso dell’opera suggerisce una chiave di lettura simbolica che va oltre la semplice minaccia interna. Il Leviatano è un’entità mitologica che incarna il caos e qui, l’astronave che porta il suo nome, diventa la materializzazione della paura collettiva, un principio astratto che giustifica il controllo, la violenza preventiva e la soppressione dell’altro in nome della sopravvivenza. Come nel pensiero hobbesiano, l’assenza di un ordine costituito conduce a una forma primitiva di contratto sociale fondato non sulla fiducia, ma sul terrore.
In Leviathan, tuttavia, questo patto è instabile, fragile, destinato a frantumarsi sotto il peso delle pulsioni individuali. L’identità dei personaggi si deforma progressivamente: ruoli, valori e legami vengono ridefiniti in funzione dell’emergenza, fino a perdere ogni riconoscibilità. La vera distopia, allora, non è la situazione ostile né il relitto nello spazio, ma la trasformazione interiore dei protagonisti, costretti a confrontarsi con ciò che sono disposti a diventare pur di continuare a esistere.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
