
L’8 settembre del 2000 usciva nelle sale cinematografiche Le vie della violenza, l’esordio alla regia di Christopher McQuarrie, Premio Oscar per la sceneggiatura de I soliti sospetti e regista del primo adattamento di Jack Reacher e degli ultimi quattro Mission: Impossible. Un brutale action-thriller ibridato con il western urbano forte di dialoghi impeccabili, personaggi carismatici e scene d’azione funzionali, un insieme che è cifra stilistica dell’intero film.
La trama

Longbaugh (Benicio del Toro) e Parker (Ryan Phillippe), criminali al verde, decidono di sequestrare una ragazza incinta, Robin (Juliette Lewis) cosicché da chiedere un corposo riscatto. Ciò che non sanno è che la donna è una madre in affitto per una benestante e facoltosa coppia, i Chidduck. Ed è proprio il signor Chidduck, legato alla criminalità organizzata in quanto addetto al riciclaggio di denaro sporco, a sguinzagliare alle costole dei tre svariati sicari, poliziotti corrotti e il saggio mediatore di crimini Sarno (James Caan).
Estetica pulp per un esordio da manuale

Difficile mettere a segno un colpo preciso con un’opera prima, soprattutto se questa vede la luce della distribuzione e il buio delle sale cinematografiche in quell’anno cesura quale è stato il 2000, passaggio di testimone dal decennio marcatamente blockbuster degli anni Novanta a quello che avrebbe aperto le porte a una cinematografia immersiva, sempre più votata al digitale e ai grandi schermi IMAX. Nonostante ciò Christopher McQuarrie, con un bagaglio esperienziale breve come screenwriter ma già con un Oscar in tasca per la sceneggiatura del cult I soliti sospetti, vi è riuscito alla grande.
E Le vie della violenza (The Way of the Gun) ne è la prova lampante. Action-thriller dall’estetica pulp ibridato con il western metropolitano, il lungometraggio di McQuarrie è l’esempio di come il postmodernismo filmico possa coesistere tanto con l’aspetto ipercinetico di molto genere d’azione quanto con un respiro autoriale dalle vibes crepuscolari, giacché Le vie della violenza è più di una messa in immagini di un semplicistico gioco di ‘guardie’ e ladri. Questo perché, in primis, l’opera del futuro regista di ben quattro capitoli del franchise di Mission: Impossible (leggi il nostro speciale qui), ancor prima che essere una creatura catalogabile in una nicchia di appartenenza, è una riflessione su quell’America violenta nella quale, spesso e volentieri, le armi hanno la ragione.
Se da una parte l’adattamento del titolo per il mercato italiano parla chiaro, dall’altra parte anche quello originale (The Way of the Gun, letteralmente la via della pistola) è più che esplicito nel rendere tangibile quanto affermato. Quelli rappresentati nel film di Christopher McQuarrie sono gli Stati Uniti del sud-ovest, di frontiera con il Messico, caldi, polverosi, pericolosi ed emblema di quelle ‘terre di nessuno’ in cui la legge del più forte ha il predominio.
Un western metropolitano cattivo e violento, con personaggi ben caratterizzati

Le vie della violenza è intriso di un immaginario non fordiano ma peckipahiano. Non è nascosto, infatti, il notevole debito che McQuarrie ha nei confronti di Sam Peckinpah e, in particolare, con quel capolavoro intramontabile quale è Il mucchio selvaggio e al quale rende omaggio, a partire fin dai personaggi di Parker e Longbaugh, incarnati con asciuttezza attoriale ma non certo priva di verve da Phillippe e del Toro, che hanno dato vita a un duo di protagonisti sì nichilisti ma, al tempo stesso, ‘filosofi’ e capaci di non scomporsi anche nel bel mezzo di un agguato ai loro danni, quasi a essere pienamente consci di un potenziale destino tragico che li aspetta oltre il confine.
Tra estrema caratterizzazione (lasciano il segno anche il compianto James Caan nel ruolo spirituale di un ‘signor Wolf’ risolvi problemi e Juliette Lewis che incarna l’isterismo narrativo dell’intero plot) e dialoghi compatti e inattaccabili, il film di McQuarrie espleta la propria ragion d’essere, sottintesa già nel titolo, raggiungendo l’acme nell’incredibile finale in cui emoglobina e pallottole invadono i frame, alimentando una sparatoria magistrale tra iperviolenza, pistole e fucili fumanti in mezzo alla polvere del deserto e a case fatiscenti, quasi a essere un monito dei futuri conflitti in Medio Oriente.
Un vero e proprio mucchio selvaggio 2.0, senza mancare di rispetto o pronunciare eresia alcuna. Come Pike Bishop e la sua banda, gli anti(eroi) Longbaugh e Parker vanno incontro alla propria fine in una amara e, paradossalmente, ironica conclusione di dostoevskiana memoria. Senza velleità autocompiacenti ma semmai pregno di una certa visione amorevole nei confronti di cotanto cinema di genere, Le vie della violenza, nonostante il quarto di secolo sulle spalle, risulta essere tutt’oggi un’opera filmica decisamente attuale e, col senno di poi, profetica e ‘apripista’ di quell’America post undici settembre.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
