La recensione di Le lingue che curano, testo a cura di Stefano Candellieri e Davide Favero che contempla anche il contributo del dott. Mauro Longoni, psicologo psicoterapeuta.
Fin dalle origini del lavoro di Freud e Jung, il linguaggio è lo strumento su cui si incarna il metodo psicoanalitico. Il linguaggio è un’entità quanto mai complessa e con innumerevoli sfaccettature: dai colori luminosi ma anche tenebrosi e oscuri, opprimenti, fatto anche di silenzi. Solo accettando questa opposizione di fondo, il linguaggio può librarsi nella sua inesauribile capacità espressiva ed essere strumento di cura: “organo” vitale raffinato e complesso di cura per la psicoterapia psicoanalitica.
Ed è proprio di questo che si occupa un’interessante pubblicazione, Le lingue che curano, a cura di Stefano Candellieri e Davide Favero, edito da Moretti e Vitali. Il testo è il frutto di un’”avventura” del “fare anima” junghiano. Al suo interno, 24 autori del terzo Congresso nato da un gruppo di studio e di lavoro intorno al Centro Medico Psicologico Torinese.

Qui ci siamo voluti soffermare sul saggio Psico-logia dell’ultimo confine: la “ucculamma” (bocca dell’anima) di Mauro Longoni (pag. 273).
Nel dialetto siciliano l’ucculamma è la bocca dell’anima e indica la parte superiore dello stomaco: l’epigastrio. È il luogo, inoltre, del non detto e del non dicibile, di un sentire silenzioso e muto in cui albergano contenuti profondi che si dichiarano solo nel momento in cui le parole non trovano bocca né voce per esprimersi.
“I confini dell’anima vai e non li trovi anche a percorrere tutte le strade così profondo è il Discorso che essa comporta” (Frammento n. 51, Eraclito).
E lo sanno bene gli psicologi psicoterapeuti del servizio pubblico di “resistenza umana”, sottoposti alle pressioni e all’assedio di un modello fondato sull’aziendalizzazione della cura; un “effetto serra” che sembra allontanare dai sentieri ripidi e scoscesi, ma incantevoli, dell’ascolto delle storie di vita.
Per Mauro Longoni “la psicologia del profondo non può che essere scienza umana di confine e perché è qui il luogo dell’incontro dei linguaggi, del confronto, delle identità, dello scambio dei codici, delle contaminazioni creative, delle ibridazioni e del meticciato culturale”.
Pur mantenendo la propria identità e fisionomia, lo psicologo psicoterapeuta è un “camaleonte di metodi” che muta il proprio colore adattandosi all’ambiente circostante. È uno studioso e artigiano dell’umano. Necessita di continua crescita e confronto serrato e dialettico con altre teorie, altre discipline, altri studiosi dell’umano. Solo così può giungere a quel confine delimitato ma tuttavia aperto, a quella zona di passaggio tra interno ed esterno, tra noto e ignoto. Un varco da attraversare con una guida, un confine dal “limite condiviso”.

Qui potrebbe generarsi il cambiamento, il confine potrebbe modificarsi, essere violato o semplicemente esteso. E nulla potrebbe tornare più come prima. Il passaggio da compiere è in un non luogo: fisico o immateriale, reale o immaginario, esterno o interno, in una Terra di nessuno.
È una frontiera che separa il noto dall’ignoto, l’ordine dal disordine. È un luogo irto di pericoli ma apre anche a una promessa di una nuova vita. Ma il superamento del limite impone la forza del
movimento e la violenza del gesto contro la rassicurante identità dei riferimenti e coordinate esistenziali.
Longoni si sofferma anche sull’ultimo confine, quello del fine vita. Qui il discorso sull’anima incontra il silenzio, pesante, carnale dell’anima stessa, di quei messaggi non verbali del “dolore totale” (fisico, psichico e spirituale). Qui lo psicologo si fa cura e carico dell’angoscia, delle emozioni e paure legate alla morte e al dolore, rintracciate nei silenzi, nel non detto, nel non dicibile. Il tutto in quella circolarità del paziente terminale “avvolto” nella sua cerchia di affetti più profondi, dallo stesso psicologo e dalla intera équipe curante.
Priorità è restituire dignità al paziente, garantendogli il migliore livello di qualità di vita fino al suo ultimo giorno, sostenendo il nucleo familiare, e favorendo la resilienza personale.
Come disse James Hillman: “Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere… Sì, morire è l’essenza della vita!” ( S. Ronchey, 2011).

Ottima recensione della sempre puntuale e lucida Francesca Mazzotti