Un’analisi che mette a confronto il materiale di partenza del marchese De Sade e il film scandalo di Pier Paolo Pasolini.
Un racconto traumatizzante
Le 120 Giornate di Sodoma è statoscritto dal Marchese De Sade nel 1785, durante la presa della Bastiglia in piena rivoluzione francese. Visto il particolare contesto in cui fu scritto, il libro contiene un contenuto sconvolgente: infatti, non si tratta di un testo per tutti, soprattutto per le persone con uno stomaco debole.
De Sade narra la storia di quattro signori (Il duca Di Blangis, Il vescovo, Il presidente De Curval, Durcet) che, nella Francia del XVIII secolo, selezionano dei ragazzi e delle ragazze di differente età per portarli in un luogo segreto, in modo da soddisfare certe ‘passioni’.
Non si può poi dire molto altro, per motivi intuibili, ma il livello di gravità di situazioni destabilizzanti è decisamente alto. Quest’opera è considerato il primo caso nella storia della letteratura a essere così scandaloso tanto che, quando venne ritrovato nel 1900 da un tedesco, ci furono svariate difficoltà alla pubblicazione di quest’ultimo.
De Sade per la prima volta racconta la sodomia e il masochismo, rendendosi specchio di una società che compiva codeste brutalità, sentendosi giustificata con il proprio sistema signorile, cavalleresco e borghese. L’autore racconta lo sporco nascosto da un estetica all’opposto, appartenente a questo esatto periodo storico.

La versione di Pier Paolo Pasolini
Esattamente 190 anni dopo, nel 1975, esce nelle sale la unica (finora) e sfortunata riproposizione cinematografica del libro, intitolata Salò o le 120 giornate di Sodoma, giusto pochi mesi prima della morte del regista e sceneggiatore Pier Paolo Pasolini.
Il film trova molte differenze volute, e non, con il racconto originale francese. In primis, cambia il contesto: il lungometraggio ispirato all’opera di De Sade non prende le mosse nella Francia del 1700, bensì in piena Repubblica di Salò durante l’occupazione nazifascista mentre, per tutto il resto, rimane decisamente simile al materiale di provenienza. Anche qui, quattro signori (il duca, il monsignore, l’eccellenza, il presidente) rapiscono ragazzi e ragazze con età anagrafica diversificata ma appartenenti a famiglie della resistenza oppure comuniste, portandoli in una grande reggia nascosta agli occhi di tutti.
Questa controversa pellicola, che sarebbe dovuta essere la prima di una trilogia chiamata La trilogia della morte, è l’ultimo lavoro compiuto di Pasolini prima del suo decesso che, ancora oggi, rimane un mistero. Una delle teorie, a tal proposito, è che il regista sia stato attirato da qualcuno che avrebbe voluto restituirli le bobine del film, inizialmente sparite, che contenevano un restante 45% del girato.
Tuttavia, a oggi non si ha la possibilità di vedere una versione completa (piché in gran parte censurata) della pellicola. Ed è forse per questo che risulta essere estremamente meno impattante e traumatizzante rispetto alla controparte su carta. Nonostante ciò, per chi ha avuto modo di vedere Salò o le 120 giornate di Sodoma, la prima visione rimarrà per sempre impressa, sia in positivo sia in negativo.
Questo perchè Salò è, volenti o no, un capolavoro del cinema che ha inventato un genere molto particolare, il nazierotico, e che ha riconfermato ancora quanto fosse interessante il modo di raccontare di Pier Paolo Pasolini con tutto ciò che toccava.
Il film non si limita a essere solamente una serie di scandali di ogni genere messi su schermo e basta, bensì tratta un modo estremamente esplicito e senza filtri di mostrare la cattiveria dell’uomo e quanto il movimento fascista fosse da denunciare, da rifiutare e da denigrare.

Il giudizio sta a noi
Discutere e confrontarsi quando ci si ritrova davanti a qualcosa più grande di se stessi, come nel caso di Le 120 Giornate di Sodoma e Salò o le 120 giornate di Sodoma, comporta una serie di interrogativi: come lo si prende? Con quale sguardo lo si legge o guarda? De Sade e Pier Paolo Pasolini erano dei ‘folli’ oppure dei geni visionari? Potrebbero esserci risposte a tutti e tre i quesiti, oppure nessuna.
