Vent’anni fa usciva in sala Lady Vendetta, il film con cui Park Chan-wook chiuse la sua Trilogia coagulando la sete di giustizia in un processo senza catarsi, con la struttura del giallo.

La trama

Lee Geum-ja (Lee Young-ae) riemerge dal carcere dopo tredici anni con il volto composto di chi ha imparato a sopravvivere a una condanna imposta. Ingiustamente incastrata per l’omicidio di un bambino, ha scelto di addossarsi la colpa per sottrarre la figlia alla minaccia del vero assassino, il professor Baek (Choi Min-sik). Durante la detenzione la donna ha tessuto pazientemente una fitta rete di alleanze, seminando i presupposti della futura vendetta. Una volta tornata in libertà, il suo cammino si biforca tra il tentativo di ricucire il legame con la figlia, cresciuta in Australia, e la caccia all’uomo che le ha rovinato la vita.
La forma finale della vendetta

Lady Vendetta (Sympathy for Lady Vengeance, 2005) rappresenta l’unica conclusione concettuale possibile per la Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook, nonché il suo elevato traguardo di ricerca espressiva. È il capitolo meno incline all’esibizione del sangue, ma non per questo meno d’impatto dal punto di vista emotivo. A partire dall’immagine, vividissima ed eloquente, del tofu fatto a pezzi con glacialità, Park va a imbastire una grande opera sulla purezza infranta, costruita attorno a contrasti radicali tra il candore (della neve, dei volti) e i desideri più oscuri.
La protagonista Geum-ja, nel corpo ieratico di Lee Young-ae (già vista in JSA), si trasfigura progressivamente da martire dolente ad angelo punitivo, come la Meiko Kaji di Female Convict Scorpion: Jailhouse 41. Metodica e implacabile, ella incarna una vendetta astratta che non esplode in gesto individuale, andando invece a coagularsi nel dolore collettivo, fino ad assumere i tratti di una cupissima assemblea morale che chiama in causa l’intera cittadinanza.
La matrioska della colpa

L’idea della vendetta collettiva come dibattito etico, rituale, si traduce attraverso un uso della grammatica filmica precisissimo. Il montaggio inventivo, gli inquietanti tocchi d’onirismo resi possibili da un uso del digitale mai invasivo, la manipolazione del tempo e dei frammenti mnemonici stratificano la narrazione. A un certo punto si ha quasi la sensazione di trovarsi davanti a un giallo di Agatha Christie alla coreana, ma la verità emerge per accumulazione, e la continua matrioska di flashback rivelatori va ad aggravare il peso morale che già incombe sulle immagini funeree di Park, senza però confondere lo spettatore.
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La colonna sonora dai tocchi barocchi di Jo Yeong-wook edifica una dimensione liturgica che trasforma il regolamento di conti in fasulla catarsi. Perché, come Lady Vendetta suggerisce con crudele lucidità, ogni atto di giustizia lascia comunque dietro di sé un’insanabile ferita aperta.
La neve che non assolve

Il finale, speculare a quello di Oldboy, affida tutto a un’immagine di struggente ambiguità: le lacrime di una madre accanto alla figlia, immerse nella neve candida di una notte oscura. Non ci sono redenzione o happy ending possibili. Nei film di Park Chan-wook, come nella vita vera, il dolore non si cancella. E forse è proprio per questo che il suo cinema (ci) piace tanto.
Lady Vendetta è sicuramente un film più riflessivo e meno epidermico di Oldboy o Mr. Vendetta, ma solo perché la durezza controllata con cui espone il suo messaggio ne accentua la spietatezza. Park Chan-wook, che più di qualcuno descrive come il più “occidentale” dei registi sudcoreani, ha solo riconfermato la sua maestria nel nel non perdere mai il controllo sulla materia cinematografica, portando avanti un discorso tematico di invidiabile coerenza.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
