
La tomba delle lucciole di Isao Takahata torna nelle sale cinematografiche italiane dal 18 al 24 settembre in occasione degli 80 anni dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. Capolavoro del compianto regista e il più toccante prodotto dallo Studio Ghibli, tutt’oggi rimane un manifesto contro la guerra nonché un j’accuse contro gli orrori da essa scaturiti.
La trama

Giappone, giugno 1945. Kōbe viene colpita dalle bombe incendiarie degli americani e il giovane Seita, insieme alla sorellina Setsuko e alla loro madre malata di cuore, si vede costretto ad abbandonare la propria casa per ripararsi nel rifugio antiaereo. Separati dalla genitrice durante la fuga, la ritrovano gravemente ustionata tant’è da costarle, poco dopo, la vita.
I due fratelli, rimasti soli e con il padre ufficiale di Marina imperiale in guerra, trovano dapprima riparo presso una zia in un villaggio ma, nel momento in cui le provviste iniziano a scarseggiare, questa mostra segni di insofferenza verso i due. Così, Seita decide di andare a vivere con Setsuko all’interno di un rifugio sotto una collina in riva al lago, procurandosi il sostentamento con i risparmi della defunta madre depositati in banca.
L’altra faccia dello Studio Ghibli

Sì sa, lo Studio Ghibli è sinonimo di mondi fantastici intrisi di una toccante poetica come solo il Maestro Hayao Miyazaki sa fare, eppure le sue opere non sono scevre da tematiche adulte (basti pensare a Nausicaä della Valle del vento, vero e proprio prodromo della fondazione dello studio avvenuta nel 1985 per opera dello stesso Miyazaki e Isao Takahata, oppure a Il mio vicino Totoro e Principessa Mononoke) ma, ciò nonostante, hanno abituato gli spettatori a un volto filmico rasserenante. Mentre Takahata, mentore e socio di Miyazaki, nello stesso anno di uscita (il 1988) di Il mio vicino Totoro approdava nelle sale cinematografiche con La tomba delle lucciole, un crudo racconto ambientanto sul finire della Seconda guerra mondiale che mostra, così, l’altra faccia (quella decisamente adulta) dello Studio Ghibli.
Unendo storia e dramma intimista, il sensei Takahata porta in immagini tutta la disarmante potenza degli effetti della guerra, facendo sì che La tomba delle lucciole diventi e rimanga, negli annali, un manifesto antiguerra tanto controverso quanto necessario. Controverso perché, in un’opera di animazione, non ci si aspetterebbe di vedere l’orrore visivo scaturito dalle azioni belliche senza filtro alcuno. Necessario in quanto, il quarto lungometraggio di Takahata, diventa documento di un qualcosa che non dovrebbe mai ripetersi. D’altronde, come lo stesso Miyazaki afferma, l’animazione non è un genere ma un linguaggio e Takahata, qui, lo utilizza egregiamente sia per sensibilizzare sia per condannare il conflitto in qualsivoglia sua forma.
Infanzia rubata e sogni infranti

Ciò che colpisce duramente di La tomba delle lucciole non è, solo ed esclusivamente, la perizia con cui è ricostruito il periodo storico della Seconda guerra mondiale e del Giappone vicino alla resa incondizionata (di lì a due mesi, le due bombe atomiche statunitensi sarebbero state sganciate, rispettivamente, su Hiroshima e Nagasaki) bensì gli effetti diretti (la distruzione del paesaggio, i morti) e quelli indiretti (posti che non si possono più chiamare casa, le carestie, la malnutrizione) che trascinano, minuto dopo minuto, in una discesa straziante pervasa dalla messa in immagini del dolore e della separazione che, questo, può comportare.
Il leitmotiv narrativo di La tomba delle lucciole è quello dell’infanzia rubata e dei sogni infranti ancor prima di avere una parvenza di realizzazione. Seita e Setsuko, unici superstiti di una famiglia ormai smembrata, costituiscono il microcosmo narrativo dell’opera di Takahata, protagonisti e al tempo stesso attanti, testimoni di un mondo diventato inferno e che sta cambiando, proprio come lo stesso Seita si trova a fare: cambiare abbandonando la sua prima adolescenza e assurgere, in tal modo, non solo a essere fratello maggiore ma anche padre e madre putativi, per poter mantenere ancora intatto quel briciolo di infanzia per la sorellina Satsuki, affinché non venga travoltà dalla grevità della realtà. Non vi sono adulti in La tomba delle lucciole o meglio, sono presenti ma come figure di contorno: alcuni già ‘spettri’ senza saperlo, altri incapaci di provare empatia dinanzi a un mondo a occhi di bambino.
Un potente dramma e monito mai così attuale

Nel bel mezzo del dramma più totale, tuttavia, Takahata non ha messo da parte quella che è la sua poetica, dando vita in La tomba delle lucciole a scene di immensa belleza visiva, a metà strada tra l’onirismo e la visione di un mondo perfetto, sprovvisto di violenza e morte e in cui, le risate dei bambini davanti a un gioco semplice oppure per lo stupore della bioluminescenza delle lucciole, rallegrano il cuore tenendo lontano, per qualche frangente, tutto l’orrore di cui l’umanità è capace. E sono proprio le lucciole, che danno parte del titolo all’opera, a essere la metafora dolceamara che la permea: la loro luce è speranza ma, quando questa si spegne, lascia spazio all’oblio della disperazione. La tomba delle lucciole non fa alcun tipo di sconto narrativo, facendo scorrere il minutaggio che lo compone verso quell’epilogo che colpisce come un duro pugno nello stomaco.
Ci si trova di fronte a un notevole dramma animato e monito mai così attuale, considerando le atrocità che si stanno consumando in Medio Oriente e nel cuore dell’Europa. La tomba delle lucciole (ri)evoca non solo l’incubo della guerra nucleare (nonostante Hiroshima e Nagasaki vengano citate, in maniera indiretta e non esplicita, solo nei minuti finali) ma costringe lo spettatore a non voltare lo sguardo dall’altra parte e, in tal modo, a riflettere e prendere posizione. Facente parte di quei titoli tanto cinematografici quanto animati imprescindibili, La tomba delle lucciole è una prova di forza visiva, un gioiello di alta caratura a marchio Studio Ghibli che emoziona e sconvolge, destabilizza e commuove lasciando un groppo in gola e gli occhi lucidi per un bel po’ post visione.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
