Per i sessant’anni di Gong Li, abbiamo rivisto La storia di Qiu Ju, il racconto al femminile con cui il regista Zhang Yimou ha fatto una radiografia dell’apparato burocratico cinese ai tempi di Deng Xiaoping.

La trama

Qiu Ju (Gong Li) ha una missione. Suo marito Qinglai (Liu Peiqi) è stato colpito all’inguine dal capo villaggio Wang (Lei Kesheng) al culmine di una lite. Qinglai pretende delle scuse formali, che Wang rifiuta con tenacia, convinto di aver agito nel giusto dopo essere stato provocato. Incinta e accompagnata dalla sorella Meizi (Yang Liuchun), Qiu Ju si rivolge prima alle autorità locali, poi ai tribunali della città, fino a una corte d’appello. Ogni rifiuto diventa un nuovo passo avanti. Nessuno dei due contendenti è disposto a cedere. Ma fino a dove si può spingere la ricerca della giustizia prima che diventi ossessione?
Uno sguardo sulla Cina delle riforme

La storia di Qiu Ju (1992) è il bellissimo film con cui il regista cinese Zhang Yimou ottenne il Leone d’Oro a Venezia, riconoscimento che appena l’anno precedente era stato negato a Lanterne rosse. Con quest’ultimo condivide la denuncia delle ingiustizie sociali e la centralità di una protagonista femminile determinata, ma se ne distacca sul piano stilistico. Zhang abbandona qui gli estetismi cromatici e la composizione rigorosa, optando per una messinscena spoglia, animata da un forte impulso neorealista, vicinissimo al documentarismo. Non è un caso che molte riprese siano state effettuate in clandestinità tra le strade di Pechino, confondendo la finzione con la vita reale.
Se il film rinuncia a parte della sua eleganza formale, guadagna in autenticità e forza testimoniale. Il ritratto della Cina popolare sotto la guida di Deng Xiaoping — quella delle riforme economiche e dell’apertura al mercato — emerge lucida: una nazione in bilico tra i ritmi lenti della campagna e la famelica spinta alla modernizzazione dei centri urbani. Le immagini in 16:9 lasciano affiorare numerosi dettagli culturali: le musiche popolari in colonna sonora, le bancarelle di peperoncini essiccati, il contrasto tra gli abiti rurali e quelli cittadini. Cibo, biciclette, agglomerati urbani e paesaggi concorrono a offrire allo spettatore la tangibilità di un paese, priva di accomodamenti.
Un racconto al femminile, tra ostinazione e burocrazia

Ciò che intriga di più del film resta lo sguardo ingenuo e disarmato con cui Qiu Ju e Meizi osservano la città. Le loro peregrinazioni mettono in scena tutto il divario tra la stabilità della vita contadina e il caos di una modernità che corre per colmare il proprio ritardo storico. Truffatori, tassisti senza scrupoli, albergatori e commercianti pronti ad approfittarsi delle due donne — immediatamente riconoscibili come “forestiere” — diventano parte integrante di un’esperienza urbana ostile.
Ti potrebbe interessare Shadow, la recensione del film di Zhang Yimou
La struttura narrativa, costruita su una reiterazione quasi ossessiva delle stesse dinamiche, cammina sul filo sottile della ripetitività. Eppure il film non perde mai slancio: il ritmo serrato restituisce con precisione la caparbietà di Qiu Ju, donna costretta a fronteggiare al tempo stesso le fatiche fisiche della gravidanza e l’arida inconcludenza di un anemico apparato burocratico. Gong Li offre un’interpretazione di straordinaria, trattenuta intensità: il suo volto — come scriveva giustamente Morando Morandini — è una finestra di emozioni minime ma profondissime, che Zhang Yimou cristallizza in uno dei fermo immagine finali più belli della storia del cinema.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
