Amata da pochi, bistrattata da molti… Eppure, la Rebuild of Evangelion, conclusasi quasi cinque anni addietro, fa ancora parlare di sé al centro dei dibattiti tra estimatori e detrattori. La Tetralogia di Evangelion non è un remake dell’anime, tantomeno una derivazione dell’opera originale coniugata per le generazioni successive agli anni Novanta. È un addio, col sorriso, al mondo di Evangelion, una chiusura narrativa che ha davvero tanto da dire. Ed è per questo che noi di Movie ‘Ndie News consideriamo la Rebuild come un ulteriore tassello nell’universo di Neon Genesis Evangelion da ri(scoprire) e apprezzare.

Una Tetralogia che fa ancora parlare di sé

Amata da pochi e odiata (senza remora) da molti, La Rebuild of Evangelion, l’ambizioso progetto di Hideaki Anno iniziato nel 2007 e terminato nel 2021, a distanza di quasi cinque anni dalla fine mantiene vivo il dibattito intorno a essa. C’è chi sostiene che, la Rebuild, non sia Evangelion e chi va oltre, riconoscendone il valore contenutistico e l’idea di Anno di offrire non un semplicistico remake/reboot, ma qualcosa che chiude il cerchio narrativo dopo la serie anime, The End of Evangelion e il manga. Dunque, che siate a favore oppure detrattori, vediamo insieme perché la Rebuild of Evangelion merita di essere apprezzata.
Il re(start) di una leggenda

Primo capitolo della Tetralogia cinematografica, Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone riavvia la serie anime ripercorrendo dal primo al sesto episodio il canovaccio originale ma con una decisa libertà d’azione in quanto, tra aggiunte e modifiche al plot, Hideaki Anno, coadiuvato alla regia da Kazuya Tsurumaki e Masayuki, porta gli aficionados di vecchia data nonché i neofiti digiuni del prodotto originale in un mondo ancora più post apocalittico di quello già ritratto nel biennio 1995-’97, così come non mancano rivelazioni che, nella timeline narrativa e canonica dell’anime, avvengono più in là.
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Forte di un restyling grafico delle animazioni nonché del character design, Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone rilancia un cult degli anni Novanta che, già di suo, era pregno di una poetica esistenzial-filosofica non indifferente e che, adesso, ha trovato la sua giusta reincarnazione.
Il secondo film con cui cambia tutto

Atto II della Rebuild, Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance recupera dalla serie madre gli episodi dodici, diciotto e diciannove ri(scrivendone) in parte lo script per poter, così, fare tabula rasa di tutto ciò che lo ha preceduto e far virare il plot verso lidi inediti che Hideaki Anno non ha esplorato con l’anime del ’95.
Difatti, tra introduzioni di nuovi personaggi, rivelazioni e approfondimenti introspettivi, questi ultimi provenienti dal manga che, è bene ricordarlo, porta la firma di Yoshiyuki Sadamoto, il character design di Neon Genesis Evangelion, You Can (Not) Advance riscrive in toto Evangelion, trascendendo l’umanità del protagonista Shinji Ikari e, parimenti, donando proprio quell’umanità agognata a Rei Ayanami, la ‘Human Doll’ dell’Eva-00.
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E questa scelta di un cambio totale porta con sé anche un rinnovamento della stessa poetica visiva di Anno che detona, letteralmente, in tutta la sua drammaticità frammista a onirismo mistico nel potente finale di questo secondo capitolo della Tetralogia.
Il capitolo di transizione

Terzo film che funge da preludio alla conclusione della Tetralogia, Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo sposta la timeline narrativa quattordici anni in avanti rispetto alla serie originale, muovendo i fili dell’azione in un mondo completamente annichilito in cui, vecchie e nuove conoscenze, si ritrovano le une contro le altre.
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Autocitazionista, spettacolare e carico di pathos nelle sequenze frenetiche (memori del mecha più classico) così come profondamente drammatico in quelle riflessive e di introspezione, You Can (Not) Redo è un atto III dedito al cambiamento, come quello posto al centro dell’animo del protagonista Shinji Ikari il quale, travolto dalla tremenda certezza di un ‘nuovo’ mondo ri(portato) allo zero, deve decidere le sorti di una restante umanità ridotta in frantumi.
Addio a tutti gli Evangelion

Hideaki Anno chiude la Rebuild of Evangelion e, per farlo, si affida a un quarto capitolo sempre autocitazionista (le reference a Nadia – Il mistero della pietra azzurra, qui, sono ancora più vibranti rispetto al film precedente), tanto epico quanto disarmante e che pone la parola fine sul mondo anime di appartenenza creato nel 1995.
Idealmente suddiviso in due parti (considerando anche la sua durata di ben 155 minuti), una votata alla disperazione e un’altra alla speranza, Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time colma alcuni degli interrogativi rimasti in sospeso nella serie originale e, contemporaneamente, ri(scrive) le coordinate stabilite con The End of Evangelion verso cui, quest’ultimo atto della Tetralogia cinematografica, è debitore.
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Commovente, filosofico e psicologico in ogni singolo frame che lo compone, Thrice Upon a Time è l’acme di quella tabula rasa voluta da Anno stesso, avviata con Evangelion: 1.0 e proseguita con le parti 2.0 e 3.0 così da stabilire una neo poetica visiva e contenutistica che va a incastrarsi, con un perfetto equilibrio, in tutto ciò che l’ha preceduta e che ha gettato le basi per creare una saga crossmediale di alta caratura e importanza come questa.
Cosa resta della Rebuild of Evangelion oggi: un’opera da rivalutare

La Tetralogia di Evangelion non è stata e non è una semplice operazione che fa leva sulla nostalgia anzi, è una visione finale e totalizzante – di certo non priva di difetti e incongruenze in alcuni punti – sull’universo narrativo creato da Hideaki Anno e che basa la propria esistenza sulle vicissitudini del regista stesso.
Se Neon Genesis Evangelion è nato nel pieno della depressione clinica mentre The End of Evangelion è la cristallizzazione del dolore, i quattro film che compongono la Rebuild non negano il trauma, ma si chiedono se sia possibile vivere nonostante esso. Non è una favola sulla ‘felicità ritrovata’, bensì un’opera sulla possibilità di vivere senza che il trauma sia l’unica identità possibile. Essa non fa altro che riconoscere come il dolore sia reale e il passato non si possa cancellare ma, ciò nonostante, non si è obbligati a restare, per sempre, nella stessa stanza mentale.
La Tetralogia, dunque, non è un ‘revival’ commerciale per le nuove generazioni che magari, per questioni anagrafiche ai tempi dell’uscita, non si erano ancora confrontati col materiale originale, ma un atto di amore verso Anno stesso e verso i fan. Una lectio su come imparare a dire «Addio a tutti gli Evangelion» e andare oltre nell’esistenza.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
