Kill Bill: The Whole Bloody Affair presenta il quarto film di Quentin Tarantino per come il suo autore l’aveva concepito: quattro ore e un quarto di vendetta, citazionismo e cinema puro, finalmente riuniti nella forma unica che la distribuzione aveva spezzato in due.

La trama

“La vendetta non è mai una strada dritta. È una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei, né da dove sei partito.”
(Hattori Hanzo)
Kill Bill racconta la storia di Beatrix Kiddo (Uma Thurman), un’ex assassina professionista che decide di rifarsi una vita. Durante le prove del suo matrimonio in una cappella di El Paso, la donna, ora incinta, vede sterminati marito e presenti, venendo a sua volta ridotta in stato comatoso a colpi d’arma da fuoco dalla Deadly Vipers Squad dell’ex amante e mentore Bill (David Carradine). Ma quando la Sposa, precedentemente nota con il nome in codice “Black Mamba”, si risveglia dal coma dopo quattro anni, cercherà la sua vendetta nei confronti di chi le ha rovinato la vita.
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Tra i sicari nel mirino di Beatrix vi sono la boss della yakuza O-Ren Ishii (Lucy Liu); Budd (Michael Madsen), il fratello buttafuori e alcolizzato di Bill; Elle Driver (Daryl Hannah), assassina con un occhio solo.
Il ritorno della Sposa

Quando nel 1997 uscì Jackie Brown, terzo film di Quentin Tarantino dopo gli esordi folgoranti di Le iene e Pulp Fiction e le varie, portentose sceneggiature scritte per altri (Una vita al massimo di Tony Scott, Assassini nati di Oliver Stone, Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez), i più non ne compresero l’importanza. Il film nella sua globalità distruggeva dall’interno tutto ciò che era stato il tarantinismo fino a quel momento, dalla violenza eccessiva al sarcasmo mordace a essa legato, dal citazionismo sfacciato alla strabordanza dialogica. Tutto mirava all’equilibrio della forma e del contenuto, i personaggi venivano disegnati con sobrietà e solo un’unica sequenza (quella del centro commerciale), originale e caratterizzata da diverse prospettive dello stesso evento, esibiva il baloccarsi del regista di Knoxville in quella manipolazione temporale che fu il cuore della prima parte di carriera.
Dopo la tiepida accoglienza di quell’opera così seminale di tutto ciò che Tarantino sarebbe stato di lì ai successivi dieci anni, era necessario dare prova di non essere un fuoco di paglia. Kill Bill, quarto film del maestro del pulp, non poteva essere che l’opposto speculare di Jackie Brown: una smisurata epopea di violenza e vendetta la cui durata monstre di oltre quattro ore spinse i dirigenti della Miramax a insistere per dei tagli e una distribuzione in due parti. Tale scelta produttiva consentì a Tarantino di lavorare su due film completamente diversi nello stile. Tuttavia, una versione che unisce entrambi volumi, intitolata Kill Bill: The Whole Bloody Affair, è stata proiettata in giro per l’America nel corso degli anni e solo ora, a un ventennio di distanza dall’uscita del dittico, ha ottenuto la meritoria distribuzione su larga scala.
Un forsennato cocktail post-moderno

Che lo si fruisca diviso in due volumi o nella sua versione integrale, Kill Bill è “Tarantino” cristallino, una rilettura personalissima, eccessiva e divertita di tutti i generi e di quel sottobosco exploitation al regista tanto caro. Il primo “volume” di Kill Bill frulla tutta l’azione possibile immaginabile, introducendo una mitologia di personaggi che, in pochi secondi e una manciata di battute, rimangono impressi. Se la sceneggiatura è il solito gioiello di coolness e studiati sfasamenti temporali, la regia non resta indietro per idee e inventiva: Tarantino scruta l’azione sempre dal punto di vista giusto, si diverte con piani-sequenza vertiginosi che si alternano a zoom improvvisi degni degli spaghetti western di Sergio Leone o dell’horror fulciano – contaminazione stilistica che raggiunge la sintesi nel corto animato sull’ascesa di O-Ren Ishii tra i ranghi della yakuza, realizzato da Production I.G.
Il primo atto si caratterizza per ritmo più caotici e deliranti, in cui la frenesia dell’azione coreografica di Yuen Woo-Ping sfocia spesso e volentieri nello splatter più puro. L’anima di Kill Bill – Volume 1 è perfettamente riassunta dallo smisurato e feroce impatto scenico del combattimento a colpi di katana contro gli “88 folli” – che 88 non sono –, splendido omaggio alla struttura da videogame de L’ultimo combattimento di Chen con Bruce Lee. Nel secondo “volume” la frenesia viene ribaltata, il ritmo si dilata, il numero di morti scende (solo uno per mano della Sposa) e il sangue ridotto al minimo. Qui il Tarantino sceneggiatore ha modo di affondare nelle motivazioni dei personaggi, che vanno ad articolare la tensione attorno alle sequenze-chiave (come nei successivi Bastardi senza gloria e Django Unchained, i duelli dialettici attorno a un tavolo sono più importanti dei regolamenti di conti con katana o pistola).
Cosa cambia in The Whole Bloody Affair?

Questa differenza di stili tra i due volumi può spiazzare, ma è in realtà l’epicentro di tutta l’epica del film. In The Whole Bloody Affair le modifiche di montaggio cambiano sensibilmente ritmo e impatto emotivo della storia. Se le diverse inquadrature inedite/alternative disseminate qui e là poco aggiungono al risultato finale, le scene extra del segmento animato sulle origini di O-Ren Ishii ne accrescono invece il lirismo violento. Anche se la modifica più importante riguarda la rimozione del cliffhanger finale di Volume 1, la quale rende lo showdown risolutivo con Bill, per chi vedesse il film per la prima volta, ancor più dolente e imprevedibile. Del tutto trascurabile, invece, il cortometraggio animato in stile Fortnite The Lost Chapter: Yuki’s Revenge, dedicato alla sorella gemella della giovane yakuza Gogo Yubari (Chiaki Kuriyama).
Per il resto, è il grandioso Kill Bill che già conosciamo. Poche esperienze cinematografiche sono altrettanto godibili quanto queste quattro ore e mezza in cui un grande regista e cinefilo si (e ci) diverte esibendo, sfrontato e giocoso, tutto il proprio amore per il chanbara, lo spaghetti western, il noir, Ennio Morricone e le performance vocali di Meiko Kaji. Vissuto nella sua interezza, The Whole Bloody Affair conferma una volta in più quanto la violenza da anime e la malinconia verbosa dei due volumi separati possano coesistere come due facce complementari di un’unica, coerente riflessione su una maternità da riconquistare.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
