Incontri ravvicinati del terzo tipo è il capolavoro che ha sintetizzato tutto lo Spielberg-pensiero su persone ordinarie alle prese con esperienze straordinarie. La nostra recensione in occasione del ritorno in sala per Cinema Ritrovato.

La trama

Nel deserto di Sonora, lo scienziato francese Claude Lacombe (François Truffaut) partecipa a una spedizione che conduce al ritrovamento di cinque velivoli scomparsi al largo delle Bermuda durante la Seconda Guerra Mondiale, ancora integri ma privi di equipaggio: l’evento dà avvio a un’indagine. Parallelamente, a Muncie, nell’Indiana, il piccolo Barry Guiler, di appena tre anni, si sveglia nel cuore della notte mentre i giocattoli e alcuni oggetti domestici iniziano a muoversi autonomamente. Lungi dall’essere spaventato, il bambino segue con curiosità una presenza invisibile che sembra attirarlo all’esterno dell’abitazione, costringendo la madre Jillian (Melinda Dillon) a inseguirlo.
Nella stessa notte, l’addetto alla manutenzione delle linee elettriche Roy Neary (Richard Dreyfuss) rimane coinvolto in un inseguimento notturno tra la polizia e quattro oggetti volanti non identificati. Poco dopo incrocia Jillian, impegnata a ritrovare Barry. L’esperienza segna profondamente Roy, che riporta anche ustioni sul corpo e inizia a manifestare un crescente stato di turbamento psicologico.
Il sense-of-wonder spielberghiano al suo meglio

«Volevo che Incontri ravvicinati del terzo tipo fosse una storia molto semplice, vissuta da una persona qualunque, che doveva essere testimone di un evento straordinario, un’esperienza sconvolgente e ossessionante, di quelle che cambiano completamente la vita». Queste furono le parole con cui Steven Spielberg presentò il suo quarto lungometraggio, favola fantascientifica sul primo contatto tra l’umanità e un’intelligenza extraterrestre. Un progetto che nella mente del regista di Cincinnati aveva preso forma ancor prima della realizzazione di Lo squalo, ma la cui realizzazione fu possibile solo all’indomani del successo del succitato horror marino.
Incontri ravvicinati del terzo tipo rappresenta, con ogni probabilità, la sintesi di tutto lo Spielberg-pensiero. Posa lo sguardo del regista sulle proiezioni, le speranze e le pulsioni positive dell’umanità nei confronti dell’Altro; ribalta gli stereotipi della fantascienza americana post-bellica, tradizionalmente incline a rappresentare gli alieni come conquistatori assetati di sangue; suscita la meraviglia degli spettatori, che non tarderanno a provare reale identificazione nel personaggio di Richard Dreyfuss (con quel «Io la invidio», il personaggio di François Truffaut parla per tutti noi). Gli extraterrestri diventano, quindi, metafora del “diverso” con cui relazionarsi, con cui cercare una comune condizione esistenziale.
Un miracolo di tecnica

La riuscita del film è indissolubilmente legata alla capacità di Steven Spielberg nell’orchestrare una componente tecnica praticamente perfetta. Douglas Trumbull — a cui dobbiamo le visioni cyberpunk di Ridley Scott — supervisionò in prima persona l’intero comparto visivo, integrando effetti realizzati in 70mm con la pellicola 35mm anamorfico utilizzata per le riprese. L’effettista italiano Carlo Rambaldi, a due anni dalla realizzazione di quello xenomorfo che lo consacrerà tra gli dèi degli effetti speciali, disegnò gli iconici alieni “grigi”, figure umanoidi glabre e dal cranio allungato, consolidandone lo status di modello extraterrestre riconoscibile.
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Ogni elemento del film, dalla celebre sequenza musicale di cinque note composta da John Williams — concepita da Spielberg come una sorta di equivalente sonoro del saluto “hello” — alle interpretazioni di Dreyfuss, Truffaut e Melinda Dillon, concorre a mantenere il racconto saldamente ancorato a una dimensione umana di grande impatto emotivo. Spielberg, che oltre a dirigere ha scritto anche la sceneggiatura, dimostra una notevole padronanza nella costruzione del climax narrativo, bilanciando l’equilibrio tra sense-of-wonder e alcuni tocchi horror. Le sequenze dei giocattoli animati o il rapimento del piccolo Barry, collocate in una fase del racconto in cui le intenzioni degli alieni sono ancora ambigue, funzionano come inquietanti anticipazioni formali del Poltergeist di Tobe Hooper.
Lo straordinario nell’ordinario

Nonostante siano il motore dell’intero impianto narrativo, gli UFO restano a lungo relegati ai margini del quadro. Le loro apparizioni improvvise, unite alla promessa di un nuovo incontro, sono sufficienti a determinare le scelte dei personaggi. Ma è solo con l’arrivo dell’imponente astronave madre sulla Torre del Diavolo, nel Wyoming, che l’esperienza dell’“uomo ordinario di fronte all’eccezionale” — cifra distintiva di tutto il cinema spielberghiano — raggiunge la sua piena realizzazione. Cinque anni più tardi, quel primo contatto si trasformerà in una più esplicita esplorazione dei temi dell’amicizia, dell’amore e dello sguardo infantile sull’alterità con E.T. – L’Extra-Terrestre.
Nel 1980 Spielberg realizzò una director’s cut di 138 minuti, arricchita da nuove sequenze e da un diverso montaggio, pensato per rendere più chiari alcuni snodi narrativi e conferire maggiore fluidità al ritmo complessivo. Qualunque sia la versione presa in considerazione, Incontri ravvicinati del terzo tipo rimane un’opera fondamentale, capace di conservare intatta la propria forza evocativa e il proprio invito alla meraviglia.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
