Poche volte un film ha fatto precipitare lo spettatore negli abissi della perdizione umana con la potenza visiva de Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. In occasione del trentacinquesimo anniversario e del suo ritorno in sala, abbiamo rivisto il film che ha consacrato il magnifico duo Anthony Hopkins-Jodie Foster.

L’alfiere del thriller anni Novanta

Parlare di film storicizzati come Il silenzio degli innocenti senza scadere nel già detto è impresa ardua. Il capolavoro di Jonathan Demme è entrato così profondamente nell’immaginario collettivo da incarnare un paradigma, un oggetto culturale che continua a generare dibattito decenni dopo l’uscita. Cinque Oscar nelle categorie principali — Film, Regia, Sceneggiatura non originale, Attore e Attrice Protagonista – incassi record per un thriller con contenuti espliciti, e una battuta sul Chianti che chiunque è in grado di citare anche senza aver mai visto il film. L’unica voce dissonante nel coro entusiasta che lo accolse nel 1991 fu quella del critico Gene Siskel, che non digerì gli elementi gotici e camp del film, preferendogli il ritratto più realistico di Henry pioggia di sangue di John McNaughton – posizione per cui sarebbe stato bonariamente deriso dal collega Roger Ebert.
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La trama è quella dell’omonimo romanzo dello scrittore e giornalista Robert Harris. La recluta FBI Clarice Starling (Jodie Foster) viene inviata a interrogare Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), psichiatra e cannibale rinchiuso in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. L’obiettivo è ottenere indizi sul profilo di Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che scuoia le proprie vittime per vestirne la pelle. Lecter accetta di collaborare, ma a un prezzo preciso: informazioni sul passato di Clarice. Tra i due si costruisce una relazione competitiva, ambigua, percorsa dalla corrente di rispetto reciproco che ci si aspetta da due intelligenze che si riconoscono attraverso un vetro.
Genesi di un classico

Per capire l’impatto de Il silenzio degli innocenti bisogna ricordare in quale stato si trovava il cinema horror all’inizio degli anni Novanta. Gli anni Ottanta erano stati il decennio dei licantropi animatronici e degli slasher adolescenziali in aperto flirt con la commedia. In questo panorama, Il silenzio degli innocenti irruppe come qualcosa di radicale, inedito: un thriller a tinte horror che lavorava molto sull’accumulo psicologico, poiché prendeva sul serio la mente del suo mostro invece di limitarsi a contare le vittime. Il film di Demme si inseriva in realtà in un filone che aveva già in Manhunter di Michael Mann il suo precedente più diretto, mentre il pubblico del 1991, del resto, era stato preparato da almeno due decenni di isteria collettiva attorno ai serial killer, da Ed Gein a John Wayne Gacy, da Gary Heidnik ai casi che avevano occupato le prime pagine americane per tutti gli anni Ottanta. Il personaggio di Buffalo Bill, a maggior ragione, suonò plausibile e ancor più terrificante.
La storia produttiva del film affascina quanto il prodotto finito. La Orion Pictures acquisì i diritti del romanzo ancora prima della pubblicazione, immaginando Gene Hackman nel doppio ruolo di protagonista e regista – con la particolarità che i diritti erano stati ceduti gratuitamente da Dino De Laurentiis, scottato dall’insuccesso commerciale di Manhunter. Quando Hackman abbandonò il progetto per i tempi di pre-produzione troppo lunghi, entrò in scena Demme, allora noto per commedie e drammi. Lo sceneggiatore Ted Tally ottenne da Harris una copia anticipata del romanzo, e l’adattamento nacque a seguito di una frequentazione personale con l’autore. Il casting fu partita lunga e tortuosa. Jodie Foster, fresca di Oscar per Sotto accusa, aveva letto il romanzo e bramava il ruolo di Clarice con una determinazione che le permise di averla vinta su diverse protagoniste della Hollywood di quegli anni. Per Lecter il percorso fu più accidentato.
Lecter e Starling

Ingaggiato all’ultimo minuto dopo che la produzione aveva già contattato nomi del calibro di Jeremy Irons, Anthony Hopkins arrivò sul set con un lavoro preparatorio a tal punto maniacale da sembrare che avesse abitato quel personaggio per anni. L’attore inglese, infatti, aveva studiato profili di veri assassini, visitato carceri per osservare da vicino il linguaggio del corpo degli internati, sviluppato una voce e una postura che fondevano un’imperturbabilità mansoniana con un timbro vocale che qualcuno ha accostato all’HAL 9000 di kubrickiana memoria. Fu sua l’idea degli indumenti bianchi di Lecter – non la tuta arancione standard dei detenuti, ma il bianco del medico, del chirurgo, di chi ha il controllo. Il risultato è un personaggio che il pubblico fatica a non ammirare: un borghese colto e raffinato, ironico e incline all’arte, con una sua morale selettiva che prende di mira individui marci e insignificanti, un superuomo nietzschiano che può permettersi di infrangere ogni tabù perché non è mai piegato da pulsioni banali. Lo spettatore è disposto a perdonargli quasi tutto e si ritrova, paradossalmente, a provare qualcosa di simile al sollievo nel vederlo finalmente fuori dalle sbarre. Il tutto in appena sedici minuti di presenza in scena.
Jodie Foster offre qualcosa di complementare. Clarice è una donna che sta attraversando il passaggio dalla fragilità giovanile alla disillusione adulta, in un ambiente costruito per farla sentire piccola – ogni scena in cui si trova in un ascensore o in una stanza piena di uomini più alti di lei è composta con cura per trasferire allo spettatore quella pressione fisica. La sua interpretazione tiene insieme vulnerabilità e determinazione senza che l’una annulli l’altra, e apre una strada che cinema e televisione avrebbero percorso a lungo. Senza Clarice Starling, probabilmente non avremmo avuto Scully in X-Files, né le protagoniste delle serie forensi degli anni Duemila, né il capo della polizia di Frances McDormand in Fargo.
Come costruire la tensione

Jonathan Demme lavora con strumenti precisi, condivisi con Mann ma impiegati per ottenere effetti più stratificati. I primi piani, frequenti, indagano i volti, vengono composti in modo che i personaggi guardino spesso direttamente in camera: una scelta che spinge lo spettatore ad adottare il punto di vista di Clarice, a sentire su di sé il peso dello sguardo glaciale di Lecter come se fosse rivolto a lui. La steadycam tallona i personaggi – la sequenza dei titoli di testa con Foster durante il jogging – ma la tensione che ne risulta è viscerale, temperata dalla colonna sonora sinfonica di Howard Shore. Demme preferisce insinuarsi sotto pelle piuttosto che mostrare violenza esplicita, innescando quel rincorrersi perverso di curiosità e repulsione su cui il film regge per tutta la sua durata. Gli elementi horror vengono introdotti gradualmente, corniciati da una palette cromatica virata in rossi, verdi e blu fangosi, indicatori di pericolo e perversione. Il risultato è un’introspezione che va oltre le intenzioni del thriller investigativo classico, avvicinandosi più a un romanzo di formazione in cui si è invitati a fare i conti con il proprio voyeurismo.
La cella di Lecter, con una lastra di vetro al posto delle sbarre a separarlo dal mondo esterno (suggerita dalla scenografa Kristi Zea), costituisce la trovata visiva più suggestiva: invisibile, ma costantemente presente attraverso i riflessi dei due personaggi sovrapposti nell’inquadratura, astutamente proiettati a seconda dell’angolo di ripresa. Una separazione che è anche una sovrapposizione, facendo raggiungere al rapporto tra i due quell’intimità voluta dal regista.
Peso culturale

Il successo del film produsse un controverso sequel per la regia di Ridley Scott, due prequel, l’acclamata serie televisiva Hannibal della NBC, decenni di parodie, omaggi, riferimenti – dal celeberrimo ingresso di Billy Crystal agli Oscar 1992 ai revival in chiave Lego. Questa saturazione ha però prodotto un effetto collaterale: la figura di Lecter ha finito per oscurare quella di Clarice, diventando l’icona pop del film a scapito della componente coming-of-age e della lotta al sessismo delle forze dell’ordine – che, almeno nelle intenzioni di Demme, era il fulcro del film. La stessa battuta sul Chianti figura al ventunesimo posto delle cento più citate secondo l’American Film Institute.
Più recentemente il film è stato al centro di discussioni sulla sua rappresentazione di Buffalo Bill e sulla possibile transfobia insita in quel personaggio. Gruppi LGBTQ+ protestarono persino durante la notte degli Oscar del 1992. In difesa del film, va ricordato che Buffalo Bill è ispirato a Ed Gein – lo stesso modello su cui Hitchcock costruì Norman Bates – e che il romanzo di Harris, attraverso le parole esplicite sia di Lecter che di Starling, aveva marcato con chiarezza la separazione tra violenza e identità queer. Ma Demme non ritenne di essere riuscito a far passare quel messaggio con sufficiente nitidezza, e si scusò pubblicamente in più occasioni, con innegabile eccesso di severità verso se stesso. Il film ha comunque confermato quanto il cinema di genere debba essere preso sul serio dalla critica e dalle giurie degli Oscar, aprendo la strada alle cavalcate trionfali di Get Out, The Lighthouse e I peccatori, decenni dopo.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
