Capolavoro assoluto di René Laloux, Il pianeta selvaggio combina allegoria antispecista e critica del totalitarismo alla visione psichedelica, surrealista del geniale disegnatore Roland Topor. In sala dal 3 novembre restaurato in 4K grazie a CG Entertainment.

La trama
Sul pianeta Ygam vivono i Draag, una razza di alieni giganteschi dotati di tecnologia avanguardista e avvezzi alla spiritualità mistica. Qui gli esseri umani (chiamati Oms) vengono cresciuti in cattività come animali domestici, se non addirittura sterminati come parassiti da debellare. Il giovane Terr, l’Om da compagnia della Draag adolescente Tiwa, entra in contatto con l’’induttore psichico’, uno strumento di apprendimento che trasmette conoscenze enciclopediche direttamente al cervello. Fuggito rocambolescamente alla padrona, Terr si unisce a una comunità di Oms rivoltosi, portando con sé l’induttore: nelle loro mani diventa strumento di conoscenza, risveglio collettivo ed emancipazione. La ribellione che ne segue condurrà gli Oms a scoprire i più inconoscibili segreti dei Draag, ma il suo esito non sarà violento.
Un’opera d’animazione inquitante e attuale

Il nome di Roland Topor si associa perlopiù alla fondazione del collettivo neo-surrealista Panico, insieme ad Alejandro Jodorowsky e Fernando Arrabal, anche se i contributi da lui dati al cinema europeo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta risultano, forse, ancora più interessanti da studiare. Illustratore, sceneggiatore e scenografo di grande talento, Topor fornì la base letteraria su cui Roman Polański avrebbe fondato il capolavoro L’inquilino del terzo piano; collaborò al Casanova felliniano curandone i disegni; interpretò Renfield nell’enigmatico Nosferatu di Werner Herzog.
Tra le sue numerose collaborazioni come sceneggiatore e disegnatore risulta meno noto Il pianeta selvaggio (La Planète sauvage, 1973), uno dei film d’animazione più inquietanti a memoria di cinefilo. Diretto dal francese René Laloux e frutto di una co-produzione franco-cecoslovacca – che negli anni più tesi della Guerra fredda dovette suonare davvero singolare – il film adatta per lo schermo il romanzo Oms en série di Stefan Wul, parabola antispecista che sovverte il tradizionale rapporto uomo-animale domestico e lo ibrida al racconto (attualissimo più che mai) di resistenza contro una feroce dittatura.
Un album progressive-rock animato

A oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione, Il pianeta selvaggio resta tra le vette ineguagliate dell’animazione per adulti e d’autore. Presentato al Festival di Cannes del 1973, fu insignito del Gran Premio Speciale della Giuria per il suo valore artistico e politico. La critica, da Cahiers du Cinéma a Roger Ebert, lo salutò come “una delle esperienze più visionarie del cinema d’animazione moderno”. Per comprenderne l’eredità, basterebbe confrontare le scene immaginate da Laloux e Topor con le invenzioni visive di Moebius, gli scenari apocalittici di Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki o quelle più recenti di Mad God di Phil Tippett. È un film che si muove con il ritmo sincopato di un concept album progressive, fondendo simboli astratti e deformazioni organiche in un unico fluire lisergico.
I disegni di Topor, caratterizzati da spente tinte pastello, proiettano in un universo visivo da vero bad trip, in cui convivono le oniriche liquidità di Dalí e le ‘delizie’ dei giardini di Bosch. I colossali Draag, pelle azzurra e occhi rossi, resteranno tra le creature aliene più paurose mai concepite per il grande schermo: al tempo stesso divinità e carcerieri che hanno perso contatto con l’empatia. Merito della tecnica di animazione cut-out (realizzata dagli studi Jiří Trnka di Praga), che consiste in ritagli animati su fondali dipinti, tanto ipnotici quanto stranianti, e della sensibilità psichedelica dei temi musicali di Alain Goraguer in odore floydiano.
Al centro del racconto si agitano gli spettri di ogni tirannia ideologic, e soprattutto l’incubo della M.A.D. termonucleare. Ma su tutto trionfa l’idea del sapere come ponte e unica via possibile di convivenza tra culture e specie diverse.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
