Makoto Shinkai compie cinquatatre anni e per l’occasione abbiamo rivisto il suo fortunato mediometraggio Il giardino delle parole.

Le intermittenze dei sentimenti

«Ai miei occhi, lei rappresenta il mistero stesso del mondo». In questa dichiarazione a metà tra ammirazione e smarrimento c’è tutto il senso de Il giardino delle parole (Kotonoha no niwa, 2013), mediometraggio realizzato per CoMix Wave Films con cui Makoto Shinkai stratifica la propria poetica sulla distanza come condizione insieme esistenziale e narrativa. Takeo, quindicenne insofferente alla routine liceale e determinato a diventare calzolaio, e Yukino, insegnante ventisettenne in crisi personale e professionale, si incontrano casualmente nel parco di Shinjuku durante la stagione delle piogge. Da questa coincidenza nasce un legame intermittente, scandito da incontri mattutini e da un dialogo fatto più di pause che di parole, destinato a confrontarsi con le inevitabili costrizioni sociali e anagrafiche.
La poesia della distanza

La filmografia di Shinkai è sempre stata attraversata da figure separate da barriere geografiche, temporali o emotive. In Il giardino delle parole la distanza si lascia alle spalle i connotati fantasy dei lavori per cui il regista è maggiormente noto, abbracciando una più quotidiana intimità. Stavolta, ciò che divide i protagonisti è una differenza d’età importante, che li porta a incarnare due percorsi divergenti di crescita: Takeo è un adolescente già proiettato verso una definizione professionale e identitaria, mentre Yukino pare trovarsi in una fase regressiva, incapace di integrarsi nel proprio ruolo adulto e minata da un disagio alimentare che ne segnala i turbamenti – per il forte stress riesce a percepire solamente i gusti della birra e del cioccolato.
Checché ne dicano i più strenui detrattori del regista, non c’è alcuna enfasi pruriginosa sulla differenza anagrafica e di status tra i personaggi, poiché l’autore non fa altro che utilizzarla per riflettere sul processo non lineare con cui i personaggi giungono alla maturità. In questo senso, la relazione tra i due si configura come limbo temporaneo di entro cui ciascuno può ridefinire il proprio rapporto con il mondo.
Convenzioni sociali e ricerca dell’identità

Il mediometraggio, inserendosi nel contesto della società giapponese contemporanea, ne mette in mostra le pressione conformiste, nonché la difficoltà di accettare percorsi individuali divergenti. Una relazione emotiva tra un’adulta e un adolescente, pur priva di esplicite trasgressioni, si scontrerebbe inevitabilmente con norme sociali rigide e con l’idea di un ordine collettivo da preservare. Shinkai gioca sul filo del rasoio di questa tensione e sembra chiederci: fino a che punto è possibile affermare sé stessi senza rinunciare all’appartenenza?
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L’immagine delle scarpe, costante nel percorso di Takeo, costituisce ulteriore chiave di lettura dell’opera, mentre la battuta «Realizzerò delle scarpe che facciano nascere in lei il desiderio di camminare» sintetizza alla perfezione la dinamica di cura reciproca e di ricerca di un senso.
Tra minimalismo dialogico e realismo sensoriale

Coerentemente con la filmografia di Shinkai, il film privilegia dialoghi minimali, supportati da una generale atmosfera capace di tradurre visivamente gli stati emotivi. Le gocce e le trasparenze della pioggia, elemento ricorrente, assumono il ruolo di motore scatenante per la connessione, andando poi a corniciare lo spazio verde e protetto del titolo, lontano dal subbuglio metropolitano. L’attenzione per i temi di smarrimento giovanile e rigidità del sistema scolastico giapponese fa emergere in filigrana le difficoltà di chi fatica a riconoscersi nel sistema. Poco importa se si tratta di adolescenti o giovani adulti.
Dal punto di vista tecnico, Il giardino delle parole rappresenta uno dei vertici della ricerca visiva di Shinkai. La resa iperrealistica degli ambienti – in particolare del parco di Shinjuku Gyoen – testimonia l’ossessiva cura per superfici bagnate, riflessi luminosi, variazioni cromatiche del fogliame e vibrazioni dettagliatissimi e immersivi.
Il miracolo dell’incompiutezza

La durata contenuta del mediometraggio – poco meno di cinquanta minuti – potrebbe apparire limitante in termini di sviluppo psicologico, ma forse è proprio questo senso d’incompiutezza, a trasformare un incontro in apparenza effimero in un momento di reale ridefinizione personale. Non sorprende, però, che Shinkai abbia successivamente rivisitato il suo universo narrativo con un romanzo e un adattamento manga, quasi a voler chiarire e mettere in fila un racconto che, in realtà, funziona proprio per la sua brevità intermittente.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
