Il debutto dei Fantastici Quattro nel Marvel Cinematic Universe punta su un’estetica rétro, un cast in stato di grazia e una storia avventurosa dal sapore classico. Funziona quasi tutto, e per una volta… il multiverso resta in secondo piano.
Adorabilmente retrò. Non esiste definizione migliore per descrivere I Fantastici Quattro – Gli inizi, il film con cui Matt Shakman sancisce il debutto ufficiale del celebre quartetto nell’universo cinematografico Marvel (MCU). Nati nel 1961 da penne e matite di Stan Lee e Jack Kirby, i Fantastici Quattro sono stati il primo gruppo di supereroi Marvel, portavoci di un modo di raccontare il fantastico con risvolti più umani e vicino ai lettori. Tra le punte di diamante dell’epoca d’oro Marvel nelle loro controparti fumettistiche, i Fantastici Quattro non hanno avuto eguale fortuna al cinema. Intorno a metà anni Novanta c’era stato il primo tentativo di trasposizione low cost, prodotta da Roger Corman, la cui distribuzione ufficiale venne bloccata dai dirigenti della Marvel (spaventati all’idea che un prodotto da meno di 2 milioni di dollari di budget potesse mettere in cattiva luce la casa editrice). Vennero poi i due adattamenti di Tim Story con Jessica Alba e Chris Evans, innocui giocattoloni messi in ombra da produzioni artisticamente più centrate (gli Spider-Man di Raimi, i Batman di Nolan). E se del Fantastic 4 di John Trank è meglio non conservare ricordo, l’entrata del quartetto nell’MCU ha il sapore del riscatto.
Una poetica artistica all’insegna del retrofuturismo
Con I Fantastici Quattro – Gli inizi, Matt Shakman ripropone il gusto per il retrofuturismo di WandaVision, denso nei riferimenti alla fantascienza classica e ai fumetti Marvel Silver Age. Le architetture della New York anni Sessanta ricostruita da Kasra Farahani, i design delle astronavi, i colori saturi ma tenui, i costumi in tessuto tecnico ma vintage, raccontano un futuro immaginato dal passato eguale a quelli evocati da Bradbury o dalle tavole di Moebius. Shakman, inoltre, si diverte a riempire il film di citazioni ad altre pellicole: gli ovvi Alien, 2001: Odissea nello spazio e Star Trek si continuano ad annoverare tra le ispirazioni visive dalle quali un regista sci-fi non può scappare, mentre il tono collaborativo e umanistico della seconda porzione di film richiama il recente The Martian di Ridley Scott. Degna di menzione la colonna sonora Michael Giacchino, che si muove disinvolta tra sinfonismo solenne e giocosità, rafforzando quell’equilibrio tra avventura spaziale e dimensione familiare che era tipica di un altro suo precedente, riuscitissimo lavoro, Gli incredibili. Il risultato fa davvero respirare la stessa meraviglia polverosa dei vecchi albi Marvel.

L’unione fa la forza
L’aspetto più riuscito del film è, tuttavia, il casting. Le scelte di Pedro Pascal, Vanessa Kirby, Joseph Quinn e Ebon Moss-Bachrach si rivelano vincenti nel far funzionare al meglio l’idea di famiglia allargata di scienziati outsider che sta alla base della filosofia fumettistica dei Fantastici Quattro. Spiccano in particolare i coniungi Reed Richards (Pascal) e Susan Storm (Kirby), fisico brillante alle prese con la propria fallibilità il primo, madre sensibile e protettrice la seconda. Joseph Quinn (Johnny Storm) porta brio impulsivo che mai scade nella macchietta, mentre Ebon Moss-Bachrach fa percepire tutta la ruvida malinconia del corpo roccioso, mutato di Ben Grimm. E funzionano anche i due villain, il solenne Galactus (Ralph Ineson in mo-cap) e l’ambigua Shalla-Bal / Silver Surfer dal background dolente, che alzano la posta in gioco della missione così come i suoi risvolti emotivi. La sceneggiatura firmata da Josh Friedman, già co-autore con James Cameron del soggetto di Avatar: La via dell’acqua, ed Eric Pearson (Black Widow), riesce a integrare i personaggi in questa fase transitoria del franchise, avendo il gran merito (quasi in controtendenza) di limitare i collegamenti al multiverso.
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Le implicazioni di più ampia portata del worldbuilding restano sullo sfondo, permettendo al film di funzionare persino come stand alone, pur lasciando aperte già annunciate integrazioni all’universo Avengers. Si tratta forse del tentativo di ritrovare un’autenticità emotiva all’interno dell’operazione editoriale di Kevin Feige?

Il piacere di una classicità consapevole
A dispetto del titolo, I Fantastici Quattro – Gli inizi evita da subito alcuni cliché del cinecomic odierno. La storia si apre con il gruppo già formato e le dinamiche tra membri già consolidate. Le missioni dei Fantastici Quattro seguono coordinate chiare, e i flashback sono usati con parsimonia tramite il gustoso espediente del servizio giornalistico. Un film compatto e scevro da velleità, articolato in tre atti densi di notevoli climax spettacolari (vero meccanismo a orologeria l’inseguimento ‘interstellare’ sull’orlo di un buco nero). L’unico vero inciampo strutturale viene dettato da un terzo atto accelerato, forse compromesso da esigenze di minutaggio, che in parte smorza la venatura drammatica degli eventi. Non si tratta, comunque, di una sbavatura tale da rovinare la riuscita complessiva. Non è poco, nell’attuale fase di fisiologica (irreversibile?) stanca per i cinecomic supereroistici.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
