Trent’anni fa usciva negli Stati Uniti quella che, a maggior ragione, è considerata la magnum opus del regista Michael Mann. Con Al Pacino, Robert De Niro e il compianto Val Kilmer, Heat – La sfida è un thriller metropolitano corale da annali del cinema.

La trama

Una chirurgica rapina a un portavalori sfocia nel sangue e la città di Los Angeles diventa terreno di caccia e scontro tra il tenente della Rapine e omicidi Vincent Hanna (Al Pacino) e l’inafferrabile Neil McCauley (Robert De Niro), esperto rapinatore professionista a capo del commando che ha assaltato il furgone.
La polizia brancola nel buio ma Vincent, ossessionato dal caso, si avvicina sempre più a Neil in un pericolosissimo gioco del gatto col topo. Tra pedinamenti, agguati, leali incontri faccia a faccia e una furente e sanguinosa sparatoria per le affollate strade della città degli angeli, il destino di Neil e Vincent è destinato a incrociarsi, inesorabilmente, per una risolutiva e letale resa dei conti.
Quando il cinema diventa leggenda

È così che recita la tagline della locandina italiana di un certo film monumentale che, a metà degli anni Novanta, si è imposto come lectio filmica. Da allora, sono trascorsi esattamente trent’anni da uno dei più famosi incontri cinematografici tra due mostri sacri dell’Actors Studio, ossia Al Pacino e Robert De Niro, rispettivamente nei ruoli di un testardo e duro poliziotto il primo e di un freddo ma leale rapinatore il secondo. Sono trascorsi ben tre decenni da quando, a un tavolo del ristorante Kate Mantilini di Wilshire Boulevard (locale che, purtroppo, ha chiuso i battenti nel dicembre del 2014) i due attori, nei panni di Vincent Hanna e Neil McCauley sospendevano i loro ruoli di guardia e ladro per raccontarsi – lealmente e in tutta sincerità – debolezze e paure delle proprie vite in uno struggente e splendido campo-controcampo.
Solo un regista avanti sui tempi come Michael Mann poteva raccontare, senza patetismi ma con lucido e diretto realismo, l’in(credibile) incontro e l’instaurarsi, reciproco, di un’ammirazione rispettosa tra un rappresentante della legge e un criminale. Solo in un film epico come Heat – La sfida è stato possibile mettere in scena la più bella caccia all’uomo di tutta la storia del cinema contemporaneo. Thriller metropolitano di immenso pathos e spessore, Heat – La sfida ancora oggi conserva intatto quell’aspetto di opera filmica figlia degli anni Novanta eppure avente forti connotazioni e intrisa di stilemi appartenenti alla Hollywood classica del periodo d’oro (su tutti, i richiami al noir statunitense degli anni ’40), al western di fordiana memoria (le panoramiche e la profondità di campo che ‘abbracciano’ le ambientazioni) e al polar di Jean-Pierre Melville.
La magnum opus di Michael Mann

Attraverso la rilettura dei generi e anche della storia del cinema stesso, Mann ha dato vita alla sua opera mare magnum in cui tutti i temi a lui più cari (come l’incapacità di sfuggire al proprio destino, l’amicizia virile al pari di John Woo e Kathryn Bigelow, i rapporti umani), l’amore viscerale per le ambientazione metropolitane notturne e diurne fatte di acciaio, vetro e cemento e la passione per la ‘macchina cinema’ convergono in un perfetto e sereno equilibrio.
Esperto nel mettere in scena e raccontare le debolezze e le difficoltà della vita umana, Michael Mann pone al centro dei suoi film un’acuta e personale riflessione sull’uomo che, al pari di una pedina, è pezzo vivente della grande metropoli in cui, in(direttamente), egli stesso plasma e attua il proprio destino. Riflessione che – come nei precedenti Strade violente, Manhunter – Frammenti di un omicidio e nei successivi Collateral, Miami Vice, Nemico pubblico e Blackhat – è insita e posta al centro dell’attenzione in Heat – Lasfida.
Molto più di un semplice thriller d’azione

Dietro l’apparente veste di thriller poliziesco, Heat – La sfida rivela fin da subito un’ambizione ben più ampia: non è un semplice film di genere, ma un’opera sul conflitto tra esistenze fuori sincrono, vite al limite imprigionate nell’incapacità di oltrepassare ciò che è, inevitabilmente, la realtà. L’incontro-scontro tra il detective Vincent Hanna e il criminale Neil McCauley non è che il baricentro narrativo attorno al quale Michael Mann costruisce un affresco umano di rara complessità, in cui ogni traiettoria personale riflette, amplifica o contraddice quella dei due protagonisti.
Film corale per definizione, sorretto da un cast all stars in stato di grazia (tra cui i compianti Val Kilmer e Tom Sizemore in ruoli fondamentali), Heat segna un punto di svolta nella poetica del regista di Chicago. Mann intreccia con rigore e precisione chirurgica le storie dei personaggi secondari alle vite di Hanna e McCauley, senza mai perdere il controllo del ritmo o della coerenza tematica. Ogni figura è funzionale a un discorso più ampio sull’identità, sull’alienazione e sull’ossessione professionale come unica forma possibile di definizione di sé.
Il poliziotto e il criminale sono, in ultima analisi, due facce della stessa medaglia. Entrambi professionisti assoluti, entrambi votati a un lavoro che divora ogni altra possibilità di relazione autentica. Il loro è un rapporto speculare, quasi metafisico, che trova senso proprio nel confronto diretto: all’interno di un macrocosmo di legami affettivi falliti o irrisolti – il terzo matrimonio di Vincent già in macerie, l’amore impossibile di Neil per Eady – sono gli unici due personaggi capaci di riconoscersi e comprendersi davvero. La celebre scena del diner non è un semplice dialogo iconico, ma la dichiarazione esplicita di una fratellanza tragica fondata sul rispetto e sulla consapevolezza del destino.
Perché Heat è ben oltre i confini dei generi filmici

Ed è proprio per questo che Heat va ben oltre i confini dei generi filmici. La sfida tra Hanna e McCauley è un confronto inevitabile, cercato e rimandato, che può compiersi solo nello spazio urbano che li contiene e li consuma. Los Angeles non è un fondale, ma un organismo vivo: una città pulsante di luci, strade sopraelevate e vuoti notturni che Michael Mann, grazie alla straordinaria fotografia di Dante Spinotti, eleva a vera protagonista del film.
La celeberrima sparatoria nel centro di Los Angeles, successiva all’ultimo colpo in banca, rappresenta ancora oggi un punto di non ritorno per il cinema action e crime. Girata con un realismo quasi documentaristico, immersivo, brutale, la sequenza restituisce allo spettatore il peso fisico e morale della violenza, rendendolo parte integrante degli eventi. È una scena che non spettacolarizza la morte ma la impone rendendola definitiva, irreversibile, facendo impallidire gran parte del cinema d’azione contemporaneo.
Lo scontro finale tra Vincent e Neil si consuma nel momento di massima illusione: quando la fuga e una nuova vita sembrano finalmente a portata di mano. La caccia termina drammaticamente a un passo dalla salvezza, in un epilogo notturno e malinconico in cui Michael Mann firma uno dei gesti di pietas più intensi e commoventi della storia del cinema, sublimato dalle note di God Moving Over the Face of the Waters.
Opera di respiro monumentale, Heat – La sfida è ancora oggi un capolavoro senza tempo, capace di coinvolgere emotivamente e intellettualmente dal primo all’ultimo minuto. Un film che ha fatto scuola, un saggio di regia di potenza rarissima e un punto di riferimento imprescindibile del cinema crime moderno. Un dono per chi ama davvero il cinema e che solo un autore come Michael Mann poteva concepire e portare a compimento con tale lucidità e grandezza.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
