
Grace, in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, ha parlato del suo ultimo singolo 46: queste le sue parole
46 è un brano che colpisce per onestà e coraggio. Al centro del racconto c’è la lotta contro i disturbi alimentari e il superamento di una relazione violenta e manipolatoria. Grace ne ha parlato in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni.
Com’è nato il singolo “46”?
«“46” nasce da un momento molto preciso della mia vita, in cui ho iniziato a perdere il controllo su me stessa, soprattutto nel rapporto con il mio corpo. È stato un periodo in cui fuori magari sembrava tutto normale, ma dentro stava succedendo qualcosa di molto più profondo e difficile da gestire. La canzone è venuta fuori in modo molto naturale, quasi senza pensarci troppo. Non l’ho costruita: è stata più una necessità. Avevo bisogno di tirare fuori qualcosa che per tanto tempo avevo tenuto dentro».
C’è qualche significato dietro il numero 46?
«Sì, ed è completamente reale. 46 è il peso a cui ero arrivata, quindi non è un simbolo o un numero scelto a caso. È una soglia, un punto molto concreto della mia vita. Quando ci sei dentro non ti rendi davvero conto fino in fondo, ma riguardandolo da fuori capisci che quello era il limite. Per questo ho scelto di lasciarlo così com’è, senza nasconderlo».

Il brano affronta la tematica delicata dei disturbi alimentari. Quanto la musica può essere strumento per toccare argomenti così sensibili e importanti?
«Secondo me la musica è uno dei modi più forti per parlare di queste cose, perché arriva in un punto diverso rispetto alle parole “normali”. Non è spiegazione, è condivisione. Io non volevo fare un brano “educativo” o alleggerire il tema, volevo essere onesta. Se anche una sola persona ascoltandolo si riconosce e si sente meno sola, allora ha già senso.
Per me è stato anche un modo per prendere consapevolezza, per guardare in faccia qualcosa che magari prima evitavo».
Il videoclip aiuta a capire ancor di più il senso del brano, rendendolo ancor più crudo e intimo. Era proprio questo l’obiettivo?
«Sì, ma senza voler spiegare tutto. L’idea non era raccontare una storia in modo didascalico, ma far arrivare una sensazione. Volevo che fosse coerente con il brano: essenziale, diretto, anche un po’ scomodo. Ci sono immagini e momenti che non sono “costruiti”, e si sente. Più che capire, mi interessava che chi lo guarda potesse sentirlo».
Quali sono gli artisti a cui ti ispiri di più?
«Ho sempre avuto influenze molto miste. Da una parte il cantautorato italiano, dall’altra il pop e il rock internazionale. Artisti come Lady Gaga e Avril Lavigne mi hanno influenzata tanto, soprattutto per l’attitudine: il fatto di essere riconoscibili e non avere paura di esporsi. È quello che cerco anch’io».
Quali sono i tuoi progetti futuri?
«Sto lavorando ai prossimi singoli con una direzione molto più chiara rispetto a prima, non solo musicalmente ma anche visivamente. L’obiettivo è costruire un progetto coerente, in cui ogni uscita aggiunga un pezzo alla storia. E soprattutto portarlo sempre di più dal vivo, perché è lì che tutto prende davvero senso. A lungo termine voglio creare qualcosa di forte, che le persone possano sentire proprio loro».

Non analizzo spartiti, interpreto emozioni. Lascio volentieri il righello del tecnicismo ossessivo ai diplomati al Conservatorio e la bava del purismo ai tuttologi del web. Tengo il sarcasmo per chi è convinto che la musica sia una gara di ginnastica o un concorso a premi, anziché un modo viscerale di urlare cosa si ha dentro. Se cercate una pagella o una recensione arida da periti fonici, citofonate altrove; se invece volete capire perché quel disco o quella canzone vi ha cambiato la vita, potreste essere nel posto giusto.
