
Undicesima opera one-shot firmata da Tatsuki Fujimoto, Goodbye, Eri è un manga che aiuta a riflettere sulla separazione causata dal lutto e tutti gli effetti collaterali da essi derivanti, come la reazione al dolore e l’affrontare questo. Toccante e profondo, è un titolo da leggere assolutamente.
Il potere del racconto e del montaggio

Manga one-shot di Tatsuki Fujimoto, papà di Chainsaw Man, Fire Punch e Look Back, Goodbye, Eri è un’opera delicata e adulta al tempo stesso, che rielabora il discorso sulla vita e sulla morte attraverso l’uso sapiente della narrazione. Tutto ciò mediante gli occhi di Yuta, il protagonista, che con lo smartphone regalatogli dalla madre malata terminale realizza l’ultimo desiderio di questa: girare un film su di lei e sul tempo che le resta da vivere.
E qui, in questa richiesta davvero ardua da portare a compimento, Fujimoto permette a Yuta di fratturare la canonicità della narrazione esistenziale, montando vita e morte non secondo il ‘copione’ naturale dell’essere umano, bensì scrivendolo di proprio pugno.
La difficoltà di distinguere realtà e finzione

Ed è proprio il non essere compreso nel suo disperato tentativo di bypassare il dolore per la perdita della madre che Yuta, deriso dai propri compagni di classe a seguito della proiezione del film, decide di compiere un gesto di extrema ratio: suicidarsi gettandosi dal tetto dell’ospedale in cui la madre era ricoverata.
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E qui, come nel migliore dei plot twist, incontra Eri, studentessa della stessa scuola, la quale gli confida di aver apprezzato il suo film. È un’entrata in scena, quella della coprotagonista, quasi al pari di un deus ex machina, una svolta narrativa che permette, lentamente, al giovane Yuta di riuscire a scindere quella che è la realtà dalla finzione, nonostante questo costi non poca fatica.
Il lutto e la memoria

Se il fortuito incontro tra Yuta ed Eri diventa il moto propulsore di tutto il manga di Fujimoto, è proprio il microcosmo creato dai due, ovvero ore e ore trascorse a guardare film in un edificio abbandonato, che permette la svolta per Yuta: girare un nuovo film, questa volta con Eri come protagonista, per superare il lutto e tutto il dolore che da esso deriva. La memoria, però, entra prepotente in gioco, mostrando la vera faccia delle carte in tavola.
È la percezione del dolore stesso ad aver stravolto la visione esistenziale di Yuta, piazzando davanti ai suoi occhi un velo di Maya che idealizza l’altro da sé e rielabora la realtà per non cedere al peso dell’evidenza. E quando la sofferenza, nella sua purtroppo ciclicità si presenta nuovamente, quello stesso velo viene squarciato facendo dirompere, con brutalità, quella che è la realtà dei fatti.
Usare le storie per sopravvivere al dolore

In tutto questo non è certo un caso se Goodbye, Eri è un manga incentrato, soprattutto, sulla Settima arte, quel cinema capace di sospendere l’incredulità, di far vivere migliaia di vite e che concede la possibilità di ‘ri(scrivere)’ la propria: tanto il film sulla madre quanto quello su Eri sono potenti strumenti che permettono a Yuta di affacciarsi su un mondo altro, in cui riesce a sopravvivere al dolore a mezzo del falso ricordo perché, il cinema, ha il potere di creare qualcosa di diverso rispetto a ciò che si sa eppure si nega a se stessi.
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L’opera di Fujimoto assurge, così, a essere potente metafora esistenzialista, una duplice lectio sul non lasciarsi andare oppure, in alternativa, convivere sì col dolore, consci della sua esistenza e di una sollecitazione mnemonica di ‘non ricordi’ che fanno stare bene.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
