Disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix, Frankenstein è la rilettura del classico di Mary Shelley secondo l’estetica di Guillermo del Toro, che dà vita a un’opera sontuosa alternando riflessione, drammaticità e momenti gore.

La trama

Figlio di uno stimato e conosciuto medico, Victor Frankenstein cresce segnato dai rigidi insegnamenti del padre e dalla prematura morte della madre, avvenuta dando alla luce William. Diventato un rinomato chirurgo ossessionato dal voler superare la morte, Frankenstein (Oscar Isaac) ne dà dimostrazione al comitato scientifico dell’università di Edimburgo, rianimando il tronco di un cadavere mutilato e vivisezionato.
Licenziato, viene avvicinato da Henrich Harlander (Christoph Waltz), mercante d’armi e zio di Elizabeth (Mia Goth), futura moglie di William (Felix Kammerer). Colpito dalla sua dimostrazione, Harlander gli offre ingenti finanziamenti per continuare il suo esperimento. Da ossessione, quella di Victor diventa mania e isolamento che sfocia nella realizzazione del suo contorto sogno, ossia riportare in vita una creatura assemblata con parti di diversi cadaveri.
La rilettura di un classico in puro stile del Toro

Esattamente dieci anni dopo il Frankenstein di Bernard Rose, Guillermo del Toro gira il suo adattamento dell’immortale opera letteraria di Mary Shelley. Suddiviso in prologo, Parte uno e Parte due quasi a voler scandire, ancor di più, il ritmo narrativo, Frankenstein immerge fin dai primi secondi nelle mirabilie visive deltoriane e, difatti, con i fotogrammi che scorrono davanti agli occhi sarebbe impossibile non riconoscere l’estetica del regista di Cronos e La forma dell’acqua.
A maggior ragione, proprio perché si tratta di un adattamento e non di una trasposizione fedele in toto, l’ultima fatica di del Toro potrebbe far storcere il naso ai più puristi eppure, se si superano le evidenti differenze tra romanzo e film, guardando quest’ultimo con la giusta consapevolezza, Frankenstein è un lungometraggio che ha tanto da dire nella sua durata-fiume di ben 149 minuti. Con una regia sontuosa e di ampio respiro, a cui si unisce una fotografia di esterni e interni che trasmettono le giuste vibes di barocchismo e cupezza, del Toro alimenta una riflessione non tanto sulla scienza, il suo potere e l’applicazione di essa bensì sull’umanità, sulla ricerca di identità e, di conseguenza, sul proprio scopo e posto del mondo.
Se da un lato il Victor Frankenstein interpretato con eclettica verve da Oscar Isaac risponde ai lineamenti dello ‘scienziato pazzo‘, è pur vero che la sua ricerca ossessiva, il suo voler ‘giocare’ a essere un dio in terra capace di superare la morte, sono i frutti di un’umanità depauperata, strappata via da un anaffettismo paterno e, parimenti, da un affetto materno portato via troppo presto. Diversamente, la creatura ‘nata’ dalla sua bramosia di poter ridare nuova vita, è l’esempio più lampante di un’insita umanità, di un affacciarsi sul mondo per la prima volta, carichi di curiosità e paura proprio per l’umanità stessa.
Una fiaba dark che riflette sul diverso e sui rapporti filiali

Frankenstein di Guillermo del Toro è una vera e propria rilettura del mythos posto al centro dell’omonimo romanzo gotico e, pertanto, come già affermato non si concentra – solo ed esclusivamente – sul dibattito scientifico e su etica e deontologia che ne derivano, ma pone sotto la lente i rapporti filiali e la paura del diverso. Victor proietta le sue ferite inconsce, i suoi traumi irrisolti sulla creatura che, come un neonato, scopre ogni cosa per la prima volta. Essa, imperfetta nella sua ‘perfezione’ , è ripulita da del Toro da quel concetto sì iconico ma ingombrante di mostro.
Umanità, empatia, ascolto e senso di appartenenza che prendono le mosse nella creatura quasi shakespeariana interpretata da Jacob Elordi, sono il contraltare di un vuoto esistenziale posto in essere negli umani-mostri e che trasmuta, nel finale fatto di rimorsi, sensi di colpa e di un ricongiungimento tra ‘padre’ e ‘figlio’, in un horror vacui riempito con l’avidità di andare oltre i limiti e privato da qualsivoglia sentimento o moto di umanità. Ed è proprio per questo che Frankenstein assurge a essere una fiaba dark che lascia il segno andando oltre il genere di appartenenza: l’orrore non è solo visivo (e sui momenti gore l’opera di del Toro non lesina) ma dramma personale. Mancanza di affetto, trauma, dolore e fallimento sono il vero terrore latente posto in essere nell’opera.
Dotato di quei canoni gotici ad hoc e richiami alla sua precedente filmografia (i costumi di scena dal look decisamente alla Crimson Peak) Frankenstein, tredicesimo film di Guillermo del Toro, è un adattamento che porta con sé una ventata di freschezza. Un titolo non certo privo di difetti (su tutti la CGI non proprio eccelsa in alcuni frangenti e il minutaggio alquanto diluito) ma che aggiunge un ulteriore tassello al mito del moderno Prometeo.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
