Attraverso la rappresentazione di una crisi personale e industriale, Ferrari indaga le fratture tra lavoro, affetti e identità maschile nel cinema di Michael Mann. Abbiamo rivisto il film in occasione dell’ottantatreesimo compleanno del grande regista americano.
La trama

Nell’estate del 1957, l’ex pilota e imprenditore Enzo Ferrari (Adam Driver) sta vivendo una fase di crisi acuta. L’azienda che porta il suo nome è ormai prossima al collasso finanziario a soli dieci anni dalla sua fondazione, condivisa con la moglie Laura (Penélope Cruz). In un contesto segnato da sconfitte professionali e personali, Ferrari individua nella partecipazione alla Mille Miglia — competizione automobilistica che attraversa l’intero territorio italiano per mille miglia — l’ultima possibilità di riscatto, investendo nella gara tutte le residue risorse economiche.
Mascolinità e rimodellamento del biopic

Ferrari di Michael Mann può essere considerato uno dei film più fraintesi del nuovo decennio non tanto per difetti intrinseci, quanto per uno scarto significativo tra le aspettative consolidate sul biopic e la direzione dall’autore. Mann si inserisce consapevolmente nel filone dei biopic anticonvenzionali contemporanei, rifiutando la narrazione esaustiva e cronologica in favore della selezione di una fase transitoria dell’esistenza del personaggio rappresentato. La scelta, non rispondendo ad alcuna esigenza di sintesi, permette piuttosto di amplificare la dimensione emotiva di un racconto dominato dalla perdita, dal lutto e dall’incapacità di elaborarlo. Il film, in tal senso, si fa studio su una sospensione: narrativa, affettiva e identitaria.
In Ferrari, dunque, si procede a esplorare una mascolinità desensibilizzata, ossessione manniana da tempi non sospetti. Il Commendatore appare come una figura scissa tra ossessione produttiva e impossibilità di costruire relazioni personali equilibrate, mostrando evidenti continuità con personaggi come Vincent Hanna e Neil McCauley. Il dolore non elaborato per la perdita del figlio, la tensione verso la perfezione tecnologica e l’urgenza dell’ereditarietà contribuiscono a delineare un personaggio per il quale il lavoro diventa l’unico spazio di controllo possibile.
Presenza corporea e prospettiva transnazionale

Le interpretazioni attoriali svolgono un ruolo decisivo. Adam Driver costruisce un Enzo Ferrari che comunica soprattutto attraverso il corpo: postura, gestualità e presenza scenica veicolano informazioni narrative ed emotive anche in assenza di dialogo. Penélope Cruz, nel ruolo di Laura Ferrari, introduce una componente di instabilità emotiva che impedisce al film di adagiarsi su una rappresentazione monolitica del potere maschile, funzionando come controcampo affettivo e morale. La dialettica tra i due personaggi coniugi s’innerva tanto nello scontro verbale quanto nella gestione di spazio e silenzi: ciò è chiaro soprattutto nella scena ambientata presso la tomba del figlio, dove le reazioni di Enzo e Laura al lutto si manifestano attraverso due traiettorie individuali, divergenti, non comunicanti, a confermare l’impossibilità di una rielaborazione affettiva comune.
Come ben noto, Ferrari è un progetto lungamente cullato da Mann. L’ipotesi di una trasposizione cinematografica dedicata al Commendatore prese forma già negli anni Novanta, quando nelle fasi preliminare di sviluppo si immaginava Robert De Niro come possibile interprete del protagonista: il film avrebbe attraversato un lungo e frammentato percorso produttivo, caratterizzato da ripetuti arresti, riformulazioni e rinvii, fino a giungere all’approvazione definitiva nel 2021. La scelta di uno sguardo esterno e anglosassone, privo di ansie identitarie, consente a Mann di problematizzare il protagonista e il contesto industriale e umano entro il quale si muove, evitando tanto la celebrazione acritica quanto la caricatura folkloristica che talvolta caratterizzano le trasposizioni cinematografiche nostrane di figure storiche nazionali.
Velocità ed echi funebri

Sul piano formale, pur privilegiando la dimensione imprenditoriale e preparatoria della Mille Miglia, Ferrari non rinuncia a una messa in scena delle corse automobilistiche di straordinaria efficacia. La macchina da presa aderisce ai veicoli, si colloca a livello del suolo, alterna soggettive e dolly-zoom che restituiscono un senso concreto di velocità e rischio. Le sequenze di gara e di collaudo, così come la rappresentazione degli incidenti, si distinguono per un realismo che evita la spettacolarizzazione gratuita e richiama, per intensità e costruzione, alcuni momenti cardine di Heat.
Ti potrebbe interessare Heat – La sfida: trent’anni del capolavoro di Michael Mann
Infine, la componente musicale, anche quando attinge a materiali già noti della filmografia manniana, svolge una funzione strutturale più che ornamentale. L’utilizzo di brani di Lisa Gerrard non potrebbe essere più azzeccato nel consolidare il tono elegiaco di un film fino alla fine coerentissimo con il proprio impianto tematico.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.

